Dal calcetto alla scala di gravità dello stupro: il (buon)senso di governo del PD

L’affermazione di Debora Serracchiani sugli stupri commessi dai profughi, più gravi di quelli commessi dagli autoctoni, ha innescato un ventaglio di reazioni che va dagli endorsement più o meno attesi dalla destra fascista, razzista o intellettuale à la Fusaro, fino alle prese di distanza e di accuse di razzismo da parte del resto del mondo, inclusa parte dei suoi compagni di partito.

Eppure, afferma lei, le polemiche sarebbero inutili visto che quella che ha posto non è che una questione di buonsenso. È lo stesso buonsenso che ha portato Poletti ad affermare che per trovare lavoro in Italia i giovani disoccupati dovrebbero andare a giocare a calcetto, più che perdere tempo a inviare curriculum. Anche nel caso di Poletti la questione non passò inosservata e le polemiche montarono fino all’usuale richiesta di dimissioni.

Si tratta di questioni molto diverse che non dovrebbero essere trattate insieme, se non fosse per quel riferimento – odioso – al senso comune, tanto più odioso quando a chiamarlo in causa sono esponenti di un partito che, oltre a governare, si pone come argine al populismo.

Quando si fa riferimento al senso comune per sostenere un’opinione, infatti, oltre a rinunciare alla riflessione e alla critica, si rinuncia alla possibilità di cambiare una certa percezione della realtà – come quella che sottosta al razzismo – fino a legittimarla. Ecco perché ho parlato di riferimento odioso.

Ora, il buonsenso non è il male. Ha a che fare con la cultura e, quindi, con l’interpretazione condivisa di una certa porzione di realtà. È alla base dei consigli che molti hanno dato o si sono sentiti dare sulle questioni più disparate. Ci permette di uscire più o meno indenni da conversazioni noiose, di ridurre i danni che le proprie scelte potrebbero generare in situazioni ambigue o non decifrabili.

Ci salva la vita, quando si ha il buonsenso di non toccare un fungo che non si conosce, ma, nello stesso tempo ci impedisce di conoscere quel fungo. Ecco perché ha a che fare con l’ignoranza: copre superficialmente il vuoto, ma senza riempirlo. Lo nasconde agli altri, disposti a farsi ingannare da quel fogliame ammassato, ma rischia di nasconderlo anche a noi stessi, quando quel mucchio di fogliame inizia a sembrarci naturale, fino alla distrazione che precede l’inevitabile caduta.

Per quanto questo basta già da solo a mostrare tutta l’inadeguatezza dei due esponenti PD ai rispettivi ruoli, fermarsi all’inadeguatezza funzionale potrebbe ridurre la percezione della portata etica e morale delle loro affermazioni.

Nessuno dei due dice delle fesserie vere e proprie. Non dicono il falso, se si è disposti ad accettare la disumana concezione del mondo che entrambi propongono.

Il consiglio di Poletti ha senso se la concezione del mercato del lavoro assunta è quella preindustriale. La fiducia, infatti, è il perno attorno al quale si definiscono gli schemi di comportamento di un mondo domestico, in cui le regole sono ispirate dalla dipendenza. La fiducia stessa è, infatti, anche alla base dei meccanismi dello sfruttamento basato sul servilismo proprio di una concezione proprietaria che il padrone ha del lavoratore.

Sul tema del tipo del tipo di relazioni che  facilitino il matching tra domanda e offerta di lavoro è stato scritto molto, ovviamente, anche con riferimento alla situazione italiana.

Una tra le più conosciute è l’analisi che Mark Granovetter fa dell’efficacia dei legami deboli nel mercato del lavoro. L’autore, nel 1985, osserva che nei paesi a capitalismo avanzato i legami deboli tra gli individui costituiscono il miglior ponte per le informazioni utili alla ricerca del lavoro. Una conoscenza debole, non approfondita, infatti, permetterebbe di concentrare la descrizione di un potenziale candidato sulle sole informazioni rilevanti per quel dato posto. In contesti come quello italiano, tuttavia, dove il familismo caratterizza tanto l’esposizione al rischio esclusione che le risposte messe in campo a protezione da quel rischio, il dibattito sulla teoria di Granovetter non si è mai esaurito del tutto e il dubbio che sia la provenienza familiare, con i suoi legami forti, a condizionare il posizionamento sul mercato del lavoro è , con eufemismo, più che lecito.

La questione ha delle ricadute significative anche in termini di policy: perché insistere sull’occupabilità, scaricando sugli individui la responsabilità della propria fragilità, quando il sistema delle imprese non è in grado di valorizzare le competenze dei lavoratori e degli aspiranti tali?

Poletti, con il suo consiglio, dimostra di conoscere almeno in parte la questione – se l’avesse conosciuta davvero l’avrebbe detta meglio – ma dimostra anche di non vedere in questo un problema da risolvere. Di fronte all’immobilità sociale, all’inadeguatezza del sistema produttivo, alla subalternità degli interessi sociali a quelli economici, il lavoratore perde ogni possibilità di emancipazione. Mercificato, il lavoratore non è libero.

Debora Serracchiani, dal canto suo, fa una cosa analoga, ma richiamando sentimenti diversi da quelli che potrebbero suscitare le osservazioni di Poletti sul mercato del lavoro.

Dapprima afferma che per quanto uno stupro sia sempre da considerarsi uno stupro, l’atto suscita sentimenti diversi in base alla provenienza del colpevole. In seconda battuta, spiega la sua affermazione sulla base del fatto che un profugo stringe con la comunità che lo accoglie un patto di fiducia profondo, talmente profondo da spingere la governatrice del FVG al paragone con la famiglia: “Un richiedente asilo chiede un atto di solidarietà e la comunità che lo accoglie instaura con lui un rapporto di fiducia. Solidarietà e fiducia tengono insieme le famiglie. Per questo una violenza su un minore è odiosa, ma se viene compiuta in famiglia è ancora più odiosa”, riporta l’Unità

Anche nel suo caso, alla descrizione di una certa realtà si accompagna l’adesione ai presupposti che reggono quella prospettiva:  una concezione privatistica dello Stato, secondo la quale chi lo attraversa è un ospite, prima che un cittadino, benché straniero. Il riferimento ai presupposti dell’accoglienza secondo la Serracchiani è significativo. Il richiedente asilo non ha diritti, ma chiede solidarietà. Al pari dell’ospite non ha diritti, prende quello che gli viene offerto, senza alcuna possibilità di emanciparsi dalla condizione di dipendenza di chi lo accoglie. Non solo, l’ospite che non può ricambiare resta in debito e non serve aver letto i saggi di  Marcel Mauss sulle economie arcaiche del dono per comprendere gli effetti che il tradimento della reciprocità produce sullo status di un individuo.

Al pari del lavoratore di Poletti, neppure l’ospite della Serracchiani è libero. Ecco perché trovo ottimistica l’affermazione di Nicola Fratoianni che individua nelle dichiarazioni della governatrice renziana una strategia elettorale.

Qui non c’è alcuna incursione. Non si tratta di qualcuno che insegue la destra sul terreno del razzismo e della violenza di classe, ma di condividere con la destra proprio quei terreni.

 

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