L’occasione del lancio della torta alla CGIL di Bologna, manco a dirlo, è ghiotta. Il fatto in città è noto: durante il corteo di Non Una di Meno del 9 marzo dalla testa del corteo si contesta il sindacato per il non aver dichiarato – manco quest’anno – lo sciopero generale e per non esporsi a sufficienza a sostegno dei centri anti-violenza. Da lì il lancio sul portone di una torta.
Se già dalla sera FB si riempie di prese di posizione, il giorno dopo e quello dopo ancora è la volta dei comunicati ufficiali, delle attestazioni di solidarietà, più o meno opportune, e delle minimizzazioni. Come dicevo, la questione è ghiotta per marcare differenze, distinguo, spiegoni sul come si sta in piazza, come si è femminist3, come si fa sindacato, ma non solo.
Posto che – per come la vedo io – le contestazioni sono legittime e i simboli contano (una torta non è merda), che legittime sono anche le reazioni piccate di chi si sente insultatə dallo stesso corteo a cui partecipa con convinzione, l’occasione è ghiotta, dicevo, anche per ragionare su una delle questioni sollevate nel comunicato che ha accompagnato il gesto: lo sciopero.
Pure se per me di scioperi ne andrebbero fatti uno al giorno – e invidio quei Paesi, come la Francia, dove non hanno problemi di garanti e altre limitazioni se non quelle che derivano dalla forza stessa del movimento sindacale – organizzare e far riuscire uno sciopero è sempre più difficile. E non c’entra per forza la repressione.
Non sono un esperto di movimenti sociali, quindi vado proprio a sensazioni, ma sul tema mi sembra pesino almeno tre elementi: i costi; le difficoltà organizzative in determinati settori; un approccio al lavoro più individuale che collettivo che si riflette anche nel conflitto.
I diversi elementi tornano dai dati rilevati con l’Inchiesta sociale sulla città metropolitana di Bologna nel 2024. In basso riporto un’infografica interattiva, dove si osserva come pure a fronte del fatto che a rispondere al questionario sono persone più attive della media, sindacalizzate etc., la partecipazione ad uno sciopero varia sensibilmente in base alle condizioni economiche e ai settori produttivi. Se è il 37% a dire di avervi preso parte nell’ultimo anno, nel caso dello strato socio-economico più basso si passa al 33%; nel caso di chi lavora nei servizi di alloggio e ristorazione e servizi alle imprese i passa al 24,6%.
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Il terzo elemento è più difficile da ricavare dai dati. Ma proprio ieri è uscito un articolo di Mauriac Ahouangansi su Alternatives Economique in cui il ricercatore riprende il calo degli scioperi in Francia nell’ultimo anno e rileva come sarebbe sbagliato trarne una qualche conclusione sulla conflittualità. Non è scomparsa, dice Ahouangansi nel sottotitolo, è solo diventata più discreta e più individuale.
Quand les salariés résistent sans faire grève
Alors que le nombre de jours de grève retrouve des niveaux très bas, la conflictualité n’a pour autant pas disparu, estime le chercheur Mauriac Ahouangansi. Elle est simplement devenue plus discrète et plus individuelle.
L’esito, per chi fa sindacato, è comunque difficile da digerire. In Italia non abbiamo dati sulle adesioni agli scioperi come in Francia. Le sole fonti disponibili sono quelle del cruscotto scioperi nel settore pubblico, che comunque offre un buon punto di partenza, almeno per le giornate di sciopero generale e su temi diversi da quelli strettamente contrattuali. Se prendiamo gli ultimi scioperi dell’autunno, per intenderci quelli enormi contro il genocidio in Palestina del 22 settembre del 3 ottobre, le adesioni si aggirano attorno all’8%. Ma si tratta di dati eccezionali come eccezionali erano le ragioni dello sciopero. Difficilmente infatti i dati dell’adesione arrivano o superano l’1%. Per intenderci, l’8 marzo del 2025, l’adesione è allo 0,7%. Tocca l’1,07% nell’istruzione e ricerca, a cui partecipava anche la FLC CGIL oltre alle sigle di base che avevano dichiarato lo sciopero generale.

Tutto questo non significa che dichiarare uno sciopero sia inutile. Al contrario. Significa che però dichiararlo non basta. Va costruito e va costruito meglio di così, comunicando, cogliendo e interpretando le tensioni che pure ci sono. Affiancandolo a forme di lotta più inclusive. Anche perché, come dice lo stesso Ahouangansi, citato sopra, se la conflittualità cambia faccia, la calma desumibile dai dati sugli scioperi è solo apparente. Le tensioni restano, crescono e talvolta esplodono.
Sarebbe stupido bagnare la miccia.