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Verso la transizione demografica: la cura a 360 gradi

Ripropongo qui la traccia dell’intervento preparata per l’iniziativa la Longevità nella società 5.0 tenutasi ieri, 15 giugno, presso Palazzo Hercolani e organizzata dal Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche – DIMEC e dalla Fondazione Santa Clelia Barbieri.
Recupero così la possibilità di citare e linkare le ricerche a cui facevo riferimento. Per quanto articolata, è una traccia, non una registrazione, quindi a voce posso aver detto qualcosa di più o di meno.

Ho costruito il mio intervento a partire da tre esperienze di ricerca a cui ho partecipato nel corso degli ultimi due anni che sono poi quelle nella slide.

Non potendo approfondire quanto vorrei le indagini, procederei per parole chiave così da dare un senso alle diverse questioni.

La prima parola chiave è “diseguaglianza”. Con l’inchiesta sociale abbiamo indagato le principali linee di frattura di questa città metropolitana cercando di colmare uno dei principali limiti che è – spesso – della ricerca, delle forme ufficiali della conoscenza, ma anche dell’amministrazione della cosa pubblica. Si tratta di quella che in sociologia si chiama “targetizzazione” delle politiche e della loro frammentazione in blocchi che separati non dovrebbero essere. Una persona è una persona. Non è mai solo anziana, o solo giovane, solo sana o solo malata, solo ricca o solo povera. La diseguaglianza è un prisma ottimale per la ricomposizione, perché nella sua multidimensionalità, intersezionalità, ci aiuta a tenere insieme i pezzi.

Abbiamo indagato l’età anziana ribaltando la visione che la vede come pura espressione di bisogni. Abbiamo infatti visto che tra il dare e avere, nel campione intercettato vince il dare 60 a 6. Questo dare prende però forme diversificate in base alle diverse condizioni.

Per quella parte del campione collocata nello strato elevato – nella classe, nel gruppo – più benestante sotto diversi punti di vista (salute, reddito, titolo di studio, proprietà della casa e rendita) il dare si traduce più spesso in supporto materiale nei confronti dei figli e delle figlie. Per la classe più povera, il dare significa più spesso aiutare in casa sopperendo alle carenze del sistema di welfare. Questo però significa pure che proprio per questa fascia di popolazione il dare aiuto si traduce in altro lavoro, nella mancanza di tempo per coltivare i propri interessi, nella partecipazione, nel volontariato etc. Se parliamo di invecchiamento attivo di questo si deve tenere conto.

Nella fascia più povera è maggiore la presenza di donne sole, di over 74, è maggiore la rinuncia alle prestazioni sanitarie (56,4% a fronte del 49,2% complessivo) per ragioni dovute alle liste di attesa e all’impossibilità economica di accedere ai servizi privati o per i più anziani per difficoltà nelle prenotazioni (35 a fronte del 30%). È maggiore la rinuncia per difficoltà negli spostamenti per raggiungere i presidi medico-sanitari. Si tratta di questioni che pesano meno per i più ricchi, per i quali molte di queste difficoltà si traducono nel ricorso al privato.

Nella popolazione anziana abbiamo trovato una maggiore polarizzazione tra chi ha più e chi ha meno, rispetto al resto del campione. Non che non ci siano problemi anche per gli anziani più ricchi. Prendiamo la proprietà della casa. A Bologna è una questione centrale nella definizione della sostenibilità dei costi della vita in città, averne una protegge. Abbiamo osservato per chi cerca casa le difficoltà siano trasversali. Mentre però le stesse difficoltà sono una ragione di espulsione per i più giovani e le più giovani, per i più anziani e le più anziane, che più spesso una casa ce l’hanno già, quelle difficoltà si traducono nella rinuncia al nuovo progetto abitativo. Magari verso una situazione più adatta alle condizioni anche fisiche che dovessero sopravvenire. La proprietà, con l’avanzare dell’età, rischia di diventare una prigione, magari in centro, ma senza ascensore, troppo grande, difficile da manutenere etc.

Il tema del disagio abitativo è una questione che abbiamo affrontato soprattutto nella seconda indagine a cui ho accennato. Con Assunta Ingenito (Ires ER) abbiamo fatto interviste in zone urbane esposte a disagio socio-economico e in zone rurali esposte a rischio idrogeologico. Uno degli elementi più interessanti è quello che mi porta alla seconda parola chiave, un binomio, in realtà: solitudine e autonomia.

La solitudine di chi è in città in quartieri che cambiano rapidamente e si ritrova senza più punti di riferimento, ma anche quella di chi, magari in contesti più comunitari come quelli delle colline e dell’appennino, vede e vive lo spopolamento come un elemento di impoverimento del suo territorio che si traduce in solitudine, ma anche in perdita di autonomia. La chiusura dei negozi, degli sporteli bancari, il dissesto del territorio significano perdere la possibilità di fare quelle cose che si facevano in autonomia. Ed è nella perdita di autonomia che dilaga la solitudine. Su questo anche lo SPI di Bologna sta premendo affinché si realizzino monitoraggi sulle condizioni degli anziani e delle anziane che vivono soli.

Il terzo punto e la terza parola chiave è invece “cura”. Dico cura pensando anche al welfare. Lo si dovrebbe dare per scontato, ma per me non è più così sicuro. Il welfare è infatti il segmento mercificato della cura. Non solo per le ragioni connesse alla privatizzazione e all’esternalizzazione dei servizi, ma anche perché anche ciò che di pubblico ancora c’è nel welfare risponde spesso a logiche aziendali. In termini marxisti, senza il recupero del “valore d’uso” della cura a discapito del valore “di mercato” è difficile, ad esempio, pensare a ridurre la difficoltà nel reperimento della manodopera delle CRA e delle RSA.

Con il progetto QWoRE abbiamo osservato distintamente gli esiti di un modello che si mostra insostenibile di fronte alla transizione demografica. La carenza di personale da un lato, la sempre maggiore gravità delle condizioni degli anziani e delle anziane residenti dall’altro sono una miscela altamente esplosiva per il sistema. Abbiamo incontrato 40 OSS in tutta la regione, in strutture di diverso tipo, e oltre allo scarso riconoscimento economico (parliamo di un settore in cui il salario medio – nel privato – è di 18 mila euro annui lordi, a fronte di un salario medio complessivo per la città metropolitana di 28 mila), ci hanno raccontato dell’impossibilità di fare quello di cui più gli anziani e le anziane avrebbero bisogno: parlare, scherzare etc. Alzate e colazioni sono assicurate, ma la cura? “Ormai gli parlo solo quando sono nudi. Il bagno è il solo momento in cui posso stare più di 6 o 7 minuti con il nonno” diceva una delle OSS intervistate. Il paradosso – per me lo è – è che le condizioni peggiori finiscono per verificarsi nelle strutture pubbliche o del privato sociale. Non che non ci siano problemi nel privato-privato o che non ci siano situazioni più sostenibili anche nel pubblico o nel non profit, ma è in questi due spazi che si concentrano quelle condizioni che portano al “distacco/cinismo” o al “burn-out” di chi lavora.

Concludo con una suggestione che serve anche per allungare la prospettiva, per guardare al futuro da ciò che facciamo oggi. La suggestione è che le politiche per gli anziani e le anziane sono in realtà le politiche per tutti e tutte. I rischi e le problematiche che in estrema sintesi ho provato a mettere in fila colpiscono la popolazione anziana in modo specifico, ma guardarle solo con l’occhio della specificità mi pare una strategia miope. Questo vale per tutti i settori di policy.

La sanità in primis. È chiaro che un sistema sanitario pubblico che funziona dovrebbe funzionare per gli anziani e le anziane come per i più giovani. Eppure, procediamo separando, favorendo magari l’integrazione sanitaria per chi lavora e altre misure di welfare aziendale con i paradossi che si portano dietro. Due su tutti: integrazione sanitaria significa che quello che hai oggi mentre lavori lo perdi domani, quando magari ti serve di più. Non solo: il welfare aziendale di oggi, come tutte le iniziative tese a detassare, defiscalizzare i profitti delle imprese, contribuisce a definanziare i servizi pubblici proprio mentre di pubblico c’è più bisogno a 360 gradi, appunto. Il discorso della maggior coerenza vale anche per il resto.

Un asilo nido in più aiuterebbe le famiglie più giovani, ma anche quelle persone anziane che si spendono, se costrette, nel supporto ai loro figli e figlie e libererebbe parte del loro tempo da altro lavoro. Un marciapiede ben messo, penso soprattutto a chi vive fuori dalle città, dove la manutenzione è un problema per i piccoli comuni, favorisce l’autonomia di chi si sposta con il deambulatore, ma è un bene di cui beneficia anche chi ha un passeggino o chi semplicemente cammina guardando il telefono cellulare.

C’è poi la questione del lavoro. Da un lato il lavoro è sempre di più una questione che riguarda anche la persona anziana. Ricordo che solo una settimana fa l’operaio ucciso dal muro che stava abbattendo in val Camonica aveva 71 anni. Quando si parla di invecchiamento si deve stare attenti.
Dall’altro, le politiche del lavoro di oggi sono la base per le politiche per gli anziani e le anziane di domani. Il gender pay gap, la concentrazione della manodopera femminile in settori poco remunerati e ad elevata frammentazione del lavoro, i buoni pasto, i premi e tutto ciò che non rientra nel salario, sono la base delle diseguaglianze delle persone anziane di domani. Non solo.
Cattive condizioni di lavoro oggi, penso alle CRA, dove l’OSS si fa male e continua a lavorare tacendo le sue difficoltà per paura o perché in strutture piccole non saprebbe cos’altro poter fare, sono le ragioni della cattiva salute delle persone anziane di domani.

È in questo senso che penso alla prospettiva della “cura” a 360 gradi. L’unica in grado di coniugare le due questioni di cui oggi parliamo: la longevità – certo – ma anche la transizione demografica. Con il calo della natalità non c’è una senza l’altra.

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