DISCLAIMER: Intervista inedita per il sito di Ballast liberamente tradotta da G. De Angelis con il consenso della rivista. Eventuali errori, imprecisioni e difformità dal contenuto originale sono responsabilità del traduttore, così come la collocazione (l’ho messa qui perché non avrei saputo dove altro metterla).

Il 15 Febbraio 2019, in occasione di un incontro con gli eletti locali del Finistère, il Primo Ministro Édouard Philippe lancia l’idea di chiedere delle “contropartite” ai cittadini che percepiscono forme di aiuti sociali. « Io sono per proporlo in modo sistematico a chi può farlo, ma non imporlo », ha sottolineato dal canto suo Muriel Pénicaud, ministro del Lavoro su BFM TV. I confini tra ingiunzione e incentivo possono essere porosi. Così, per tentare di analizzare queste politiche di « messa al lavoro », abbiamo incontrato la sociologa Maud Simonet. A partire da due delle sue opere[1], abbiamo cercato di identificare ciò che queste retoriche e politiche mettono in gioco e di comprendere quali forme di resistenza possono essere messe in campo in opposizione a questa nuova forma civica dello sfruttamento.

Si dice che ogni lavoro meriti un salario. E, da quanto capiamo, il salario è ciò che fa di un’attività un lavoro. Eppure, sembrerebbe che non tutti i lavori siano remunerati – ancor meno salariati. Tutte le attività devono poter essere chiamate « lavoro »?
Definire queste attività lavoro è una sfida politica. È un assunto teorico. È così che le femministe guardano alle attività domestiche – tutte quelle attività fatte in nome dell’amore, della famiglia, della maternità o della femminilità, e che contribuiscono al funzionamento della società, del mercato del lavoro, del capitalismo e del patriarcato senza per questo essere riconosciute in quanto lavoro. Il primo strumento che le femministe hanno utilizzato per renderle visibili e misurarle è stato quello di esaminare quali attività svolte in casa avrebbero potuto essere esternalizzate al mercato del lavoro. E questo già pone degli interrogativi: possiamo essere d’accordo sulla cucina, sul fare la spesa, sulle pulizie della casa, sul controllo dei bambini, ma cosa succede quando si tratta del gioco con i bambini o del curare la pulizia di sé stessi? Fare l’amore rientra nel lavoro domestico? C’è stato un grande dibattito sulla definizione di queste attività, risolto con una proposta di definizione di ambiti differenziati di attività.
La questione che viene subito dopo, una volta definito l’ambito, è quella dell’unità di misura. Negli anni ’70 diversi studi hanno mostrato il tempo che le donne consacravano al lavoro domestico, senza però suscitare particolari attenzioni. È stato necessario misurarlo in termini monetari per renderlo socialmente visibile – «è la sfida del valore», per riprendere i termini di Annie Fouquet. C’è stato bisogno di ricorrere all’unità di conto dominante per misurare il peso che il lavoro domestico poteva rappresentare nella produzione. Anche lì, anche in quel tipo di dibattito. Ma a partire dal momento in cui la si misura in moneta, non c’è il rischio di applicare una logica di mercato alla sfera intima? Valorizzando monetariamente quel lavoro non riconosciuto in quanto tale, non lo si riduce al semplice valore di mercato? Ridefinire queste attività significa quindi lanciare una controproposta e affermare che esiste un’ampia area di attività che sono ancora considerate al di fuori del lavoro – l’attività familiare, di divertimento, di impegno e di formazione – anche se contribuiscono al funzionamento delle nostre associazioni, delle nostre imprese e dei nostri servizi pubblici.
In che modo il lavoro gratuito diventa centrale nelle logiche di impiego?
Io ho lavorato su attività che si situano al di fuori di ciò che si considera impiego e che non sono etichettate come lavoro: il volontariato, il servizio civile, le attività digitali e in generale il digital labor. Se riprendiamo l’approccio delle femministe (quali che ne siano le loro correnti e punti di disaccordo), si comprende che il lavoro domestico – che possiamo considerare come la prima forma di lavoro gratuito seriamente analizzata come tale – non è solo un lavoro non remunerato tale da poter essere pensato in termini sottrattivi (un lavoro meno una remunerazione): è molto più che una negazione, si tratta della mancanza di riconoscimento della lavoratrice in quanto tale. Perché lei è vista come qualcun’altra: sposa, madre, etc. Tutto questo ha a che fare con dei valori. Io ho condotto queste analisi in sfere diverse da quella domestica. Nel mondo associativo, del volontariato, si ritrova questa idea che non è propria del mondo del lavoro, ma dell’impegno. Potremmo applicare questo ragionamento ai tirocinanti – non è lavoro, è formazione – ma anche a tutta una serie di attività alle quali noi guardiamo come degli hobby, delle passioni: è il meccanismo del lavoro via internet, dove diciamo che uno scrive un blog perché è appassionato.

In tutti questi scenari, torna la negazione del lavoro in nome di un qualche valore. Si potrebbe pensare, un po’ schematicamente, che da un lato ci sia l’occupazione e l’impiego e dall’altro il lavoro gratuito. Ma sarebbe un errore. Giuridicamente il lavoro gratuito è all’opposto dell’occupazione. Ma, in realtà, il funzionamento del mercato del lavoro è completamente impregnato dal lavoro gratuito e lo è in tanti modi. Il primo rinvia a tutte quelle forme di occupazione nei settori detti « femminili ». I salari sono più bassi che altrove perché troviamo, al cuore dell’occupazione, la negazione del lavoro attraverso la dequalificazione: cioè di questa idea che non si tratti davvero di un lavoro, o che non sia complicato fare le pulizie, di occuparsi delle persone anziane, dei bambini etc. Questo lavoro, che chiamiamo care (cura n.d.t.) è essenzialmente femminile e costituisce esattamente l’esternalizzazione del lavoro domestico al mercato del lavoro, con dei diritti, con una remunerazione, con dei sindacati, ma sempre suscettibile di questa negazione di competenze, della qualifica e del riconoscimento.
Nella stessa prospettiva troviamo il registro della vocazione (nel giornalismo, nell’industria creativa, nei media per esempio). Che sarebbe un trampolino verso il posto di lavoro: si lavora gratuitamente oggi per ottenere il mestiere dei nostri sogni, o la carriera che si spera costruiremo domani. Il lavoro gratuito sarebbe dunque una tappa nella carriera professionale, un investimento – dei sociologi americani hanno creato in tal senso l’idea di hope labor. Questo lavoro gratuito ha l’effetto di rafforzare il peso simbolico dell’impiego: diventa una sorta di Graal al quale si arriverà percorrendo le diverse tappe. Si fa prima un po’ di volontariato, poi uno stage, un tirocinio, o un servizio civile, un contratto di inserimento o di apprendistato e, solo alla fine, si avrà, forse, un «vero lavoro». Tutto questo incrementa la desiderabilità del lavoro nel suo statuto, ma fa si che interi settori del mercato del lavoro vadano avanti con il solo lavoro gratuito.
C’è poi un terzo modo in cui il lavoro gratuito trova spazio nel mercato del lavoro, più recente sebbene già presente in molti Paesi: la logica della contropartita. A chi non avesse trovato un proprio posto nella società attraverso il lavoro si chiede di provare il loro valore mostrando di essere pronti.e a lavorare gratuitamente. Ciò si è tradotto nelle politiche del lavoro degli ultimi anni, costruite attorno alla caccia ai disoccupat.i.e, o nella logica del workfare: ai beneficiari delle misure di sostegno si chiede una contropartita in termini di lavoro gratuito. Una ventina di anni fa, in Francia, abbiamo visto i disoccupati che facevano del volontariato attaccati: li si minacciava di essere radiati. In nome della disponibilità alla ricerca dell’occupazione si vietava l’attività di volontariato. Dopo qualche anno, ci diciamo invece che i beneficiari del RSA dovrebbero fare del volontariato in contropartita dei loro sussidi e indennizzi. Si è passati in pochissimo tempo dalla proscrizione del volontariato al prescrizione del volontariato.
Affinché il lavoro gratuito si realizzi deve iscriversi in una logica d’impresa e in un discorso fortemente legittimato (o un discorso governativo). Come si articolano questi due elementi?
Io mi sono interessata a quella che ho chiamato la «politica del volontariato», cioè il modo in cui lo Stato sostiene, ma anche costruisce e orienta, finanzia e crea degli statuti attorno alle pratiche di lavoro gratuito nei contesti associativi. Il discorso canonico su questi aspetti è quello che potremmo far risalire a Tocqueville: mentre negli Stati Uniti avremmo poco Stato e molta disponibilità dei cittadini e delle cittadine ad associarsi in tante associazioni, avremmo, nella Francia, un contromodello, quello di uno Stato presente, dal quale aspettarsi tutto e poche associazioni. È l’idea dei vasi comunicanti: o c’è tanto Stato, o ci sono tante associazioni. Io ho criticato questo approccio perché in realtà, in Francia come negli Stati Uniti, lo Stato è un attore centrale per lo sviluppo delle pratiche di lavoro gratuito. Negli Stati Uniti, tutti i presidenti hanno costruito un proprio programma di volontariato, lo hanno finanziato, e hanno creato organizzazioni per sostenerlo. Le associazioni sono quindi anche, in parte, finanziate dallo Stato. Alcuni finanziamenti sono destinati ai settori dove è necessario un maggiore e si rivolgono anche a determinate popolazioni. Nella storia degli Stati Uniti il volontariato è stato a lungo una questione essenzialmente femminile. Quando le donne sono entrate in massa nel mercato del lavoro, negli anni ’70, le politiche sono state ri-orientate, col sostegno dello Stato, iniziando a rivolgersi ai pensionati e alle pensionate che avrebbero dovuto subentrare. Poi, negli anni ’80 e ’90, è stata la volta dei giovani, « le minoranze urbane giovanili »: questa gioventù avrebbe potuto essere pericolosa, meglio sarebbe stato metterla a far del volontariato!

Lo Stato è un attore chiave del funzionamento di questo impegno civico – ne finanzia il meccanismo, costruisce le istituzioni e ne crea gli statuti. Basta guardare lo sviluppo del volontariato in Francia e la sua ultima forma: il servizio civile. Il pagamento delle indennità dei volontari non passa più per le associazioni, ma per l’agenzia del servizio civile, finanziata dallo Stato. Queste politiche del volontariato sono anche simboliche: costruiscono delle retoriche, sviluppano un discorso di valorizzazione del buon cittadino come essere impegnato. « L’impegno civico » non è certo un obbligo, ma un incentivo che sfiora l’ingiunzione. Quanto Martin Hirsch termina la sua revisione del servizio civile e afferma in un’intervista che « un giovane disoccupato che ha il senso dello sforzo, preferirà fare un anno di servizio civile piuttosto che passarsi un altro anno in disoccupazione », si sfiora il workfare. Lo Stato è un attore centrale perché, come dice Bourdieu, « è la banca centrale del potere simbolico ». Chi meglio dello Stato può legittimare una pratica? Bisogna inquadrare questo discorso che valorizza l’impegno in una prospettiva più ampia di trasformazioni dello Stato e del lavoro nei servizi pubblici. Questo «buon» civismo che si deve dimostrare in permanenza è una forma di messa al lavoro pubblica dei cittadini e delle cittadine.
Nelle lotte sociali si indica spesso lo smantellamento della funzione pubblica a beneficio del privato che guadagnerebbe nuovi mercati. Mentre si fa poco caso al lavoro gratuito nell’ambito dello Stato…
Ciò che si ritira non è lo Stato, quanto il funzionario (in francese il funzionario è essenzialmente il dipendente pubblico – n.d.t.) e cioè un certo tipo di lavoratori e di lavoratrici. Uno Stato che incita i suoi cittadini e cittadine a impegnarsi nella scuola o nel parco vicino casa è estremamente presente, ma non nello stesso modo di uno Stato che è disposto a pagare i suoi dipendenti. Per esempio, l’ultima grande inchiesta che ho fatto negli Stati Uniti con un collega americano, John Krinsky, si chiama « Chi pulisce i parchi ?». Ci siamo resi conto che negli anni ’70, c’erano 7.000 dipendenti municipali, sindacalizzati, coperti dalle regole del servizio pubblico – les parkiees – che pulivano i parchi diNew York (laggiù i diritti sindacali sono stati dati nel privato, ma conquistati nel pubblico attraverso molte lotte e i parkiees sono stati tra i primi a battersi per ottenerli). Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca, negli anni 1990, erano poco meno di 2.000. La questione era quindi: oltre questi dipendenti pubblici, chi pulisce i parchi della città?
Abbiamo mostrato il progressivo aumento, fin dagli anni ’70, di molti lavoratori e lavoratrici che affiancavano i dipendenti municipali. Abbiamo messo in luce il meccanismo della riduzione delle disposizioni contrattuali dei lavoratori nel servizio pubblico. Dapprima le associazioni hanno iniziato a gestire i grandi parchi in partenariato con la municipalità di New York, assumendo la loro mano d’opera. I dipendenti delle associazioni erano pagati, ma non avevano la stessa remunerazione né erano tutelati dalle stesse norme della funzione pubblica o dai sindacati. Poi sono arrivate due nuove categorie di lavoratori e lavoratrici, non riconosciuti.e come tali : i beneficiari degli aiuti sociali e i semplici cittadini. A partire dagli anni ’80 e ’90, si osserva lo sviluppo delle politiche di workfare : « Si dice a migliaia di beneficiari che se vogliono continuare a ricevere il sostegno, dovranno pulire i parchi di New York per 25 ore settimanali ». Contemporaneamente, la municipalità crea una un partenariato pubblico-privato che si chiama «partnership for parks»: cerca cioè di mobilitare i cittadini e le cittadine di New York affinché si impegnino volontariamente nei parchi vicino le loro case. Innanzitutto ogni parco avrebbe dovuto avere la sua associazione di volontari, che sarebbero poi diventati i guardiani dei parchi, che si sarebbero occupati del giardinaggio, della pulizia etc. in connessione con la municipalità. Queste due categorie di lavoratori e di lavoratrici invisibili, o di lavoratori e lavoratrici gratuiti.e, rappresentano oggi una forza di lavoro incredibile.

Negli anni ’90, in diversi quartieri del Queens è stata fatto un esperimento: la città è stata messa in concorrenza con le imprese private per capire se valesse la pena delegare l’intera gestione dei parchi al privato. Nelle parole del dipendente municipale, che l’ha fieramente raccontato, la città aveva vinto. La ragione, nelle sue parole, era che « Noi abbiamo una cosa che le imprese non hanno: il lavoro gratuito [2]». È infatti il lavoro gratuito che ha permesso alla città di mantenere il monopolio sulla gestione dei parchi. Per questo, il servizio non è mai stato privatizzato (almeno non lo è stato nei quattro anni della nostra ricerca, durante i quali non abbiamo mai visto un’impresa privata pulire i parchi cittadini) anche se la componente dei dipendenti municipali è stata ridotta a meno della metà. Il servizio pubblico è insomma assicurato dagli invisibili, che non pensano a loro stesse.i come a lavoratori o lavoratrici – con i diritti, le remunerazioni e le comunità di lavoro che ne conseguirebbero.
La diversità delle disposizioni contrattuali, d’altronde, non è ripartita a caso dalla gerarchia sociale. I dipendenti delle associazioni e quelli del municipio sono al 70% maschi, mentre nei gruppi dei beneficiari dei sussidi e dei volontari troviamo essenzialmente delle donne. Le volontarie sono in gran parte donne della classe media o superiore, mentre le beneficiarie sono al 90% nere o di origine sud-americana. Questa segmentazione per statuto, ma anche per sesso, classe e razza, rende smisurato lo scarto sociale tra due persone che pure stanno svolgendo lo stesso lavoro. L’idea che una volontaria che vive sopra Central Park e che scende un paio di volte a settimana per pulire il parco, come si trattasse del suo giardino, possa avere degli interessi comuni con la beneficiaria del sussidio che vive nel Bronx e fa il suo bel tragitto nel quadro del suo programma di workfare, sembra impossibile. Eppure, nello stesso tempo, New York utilizza il lavoro di queste donne per far funzionare il servizio pubblico. Questo esempio mostra l’impronta neoliberale del servizio pubblico: da un lato osserviamo la diminuzione del numero di dipendenti, dall’altro la trasformazione delle disposizioni contrattuali della funzione pubblica. I beneficiari dei sussidi sognano di ottenere, un giorno, lo statuto di « civil employee », ma quasi nessuno lo otterrà davvero. Si separano le carriere così che i più poveri non possano progredire nel percorso verso il lavoro pubblico, si indeboliscono i sindacati, che non riescono a gestire i diversi tipi di lavoratori e lavoratrici. Tutto questo non avviene in virtù della privatizzazione, ma della «gratuitizzazione» del lavoro.
Oggi in Francia accadono cose simili. Con Francis Lebon, abbiamo fatto un’inchiesta sulle trasformazioni del lavoro nelle scuole in seguito alla riforma dei ritmi scolari. L’implementazione della riforma ha condotto alla stessa moltiplicazione degli statuti dei lavoratori e delle lavoratrici in un servizio pubblico – qui la scuola. Abbiamo fatto entrare nella scuola volontari.e associativi.e, dei genitori volontari, persone in servizio civile, animatori e animatrici delle associazioni, lavoratori e lavoratrici contrattualizzati.e o esternalizzati.e, così che nella stessa scuola ci sono persone che fanno esattamente la stessa cosa, anche con compiti analoghi negli stessi momenti, ma con contratti, diritti e remunerazioni completamente diversi – e certi non si pensano come dei lavoratori. In gioco ci sono meccanismi di dequalificazione, di deprofessionalizzazione, ma anche di gratuitizzazione del lavoro nel servizio pubblico. Tutto questo ci mette in condizione di pensare agli effetti del neoliberismo non solo nei termini della privatizzazione, della guerra di tutti contro tutti e della costruzione dell’individuo-imprenditore, ma anche a guardare quel che chiamo il « lato civico » del neoliberalismo. È una sfaccettatura che potrebbe suscitare simpatia e favorire l’adesione perché poggia sui valori dell’impegno, di una cittadinanza attiva e sulla buona volontà delle persone. Ma i suoi effetti possono anche essere disastrosi.

Quali sono le forme di lotta esistenti contro il lavoro gratuito e come sono organizzate?
È complicato immaginare un’organizzazione perché il lavoro gratuito è una questione che unisce tante persone, ma allo stesso tempo divide. Se riprendiamo l’esempio dei parchi di New York, le donne che vi lavorano possono provenire dai due poli opposti della gerarchia sociale: il loro lavoro non ha lo stesso significato. È quindi estremamente difficile immaginare una mobilitazione «generale» dei lavoratori e delle lavoratrici gratuiti. Ho provato a recuperare e analizzare i conflitti nati attorno al tema del lavoro gratuito. In quale momento i lavoratori e le lavoratrici si sono mobilizzati? Di quali strumenti si sono serviti.e per farsi riconoscere? Sono gli strumenti salariali. Per esempio, i blogger dell’Huffington Post hanno chiesto la riqualificazione del loro lavoro. Anche i sindacati sono cresciuti, come mostrato nel lavoro di Romain Pudal sull’incorporazione dei pompieri volontari dai sindacati dei pompieri professionali. Difficile, certo, sia perché questi diversi tipi di lavoro gratuito sono assorbiti da forme di impiego, sia perché implicano la creazione di statuti ibridi (come i tirocini) sui quali i datori si appoggiano. Dopo la mobilitazione di génération précaire che ha ottenuto l’indennità per i tirocinanti anche oltre i due mesi, i datori hanno detto che non avrebbero più preso tirocinanti perché il tirocinio iniziava a costare troppo e sarebbero quindi passati al servizio civile. Anche in Inghilterra, quando gli stagisti si sono ribellati le offerte di stage si sono trasformate in offerte di volontariato.
La lotta che oggi è al cuore delle mobilitazioni sul lavoro gratuito è quella delle CUTE (Comités unitaires sur le travail étudiant) per la remunerazione dei tirocinanti nel Quebec. È andata costruendosi sull’idea che il tirocinio è, nei fatti, del lavoro gratuito, femminile, che lo stage è una forma di riproduzione della forza lavoro tanto quanto lo è il lavoro domestico e che il capitalismo beneficia del combinato di queste diverse forme. Il « wages for housework » delle donne è ripreso dai CUTE sotto la forma di un « wage for student ». Il salario, non è solo un’indennità, ma il riconoscimento dello status di lavoratore e lavoratrice. Perché ci sono tirocini nei settori educativi, sanitari, nel sociale – nei settori detti « femminili » – che non sono remunerati, mentre nello stesso Quebec lo sono gli stage degli ingegneri. Là c’è effettivamente una forte mobilitazione che porta speranza, perché riesce a creare il legame tra i tanti segmenti di lavoro gratuito.
« Da posizioni diverse nello spazio sociale, non dà lo stesso valore a una stessa attività », dici. La questione del lavoro gratuito non è dunque l’occasione di articolare le lotte anticapitaliste, anti-sessiste e anti-razziste?
Questa frase rinvia a una critica che il black feminism e soprattutto bell hooks ha fatto del femminismo mainstream negli anni ’80. Le femministe bianche avevano come soluzione per tutte le donne di uscire di casa e posizionarsi sul mercato del lavoro, mentre le donne nere, della classe operaia c’erano già da un bel pezzo – e non era certo la felicità. Per queste ultime, rientrare in casa significava anche trovare uno spazio di protezione, tanto più in una società razzista come quella statunitense. La casa poteva costituire per queste donne uno spazio di resistenza, di protezione, di trasmissione dei valori politici, di costruzione politica. È per questo che il lavoro domestico delle donne bianche delle classi superiori non aveva lo stesso significato di quello delle donne nere delle classi popolari. Questo ci mette in condizioni di chiederci da quale punto di vista si parla quando si parla di lavoro gratuito, e da dove lo si guarda, in quale rapporto sociale è preso.

Oggi questo ragionamento ha avuto una certa eco con il dibattito sul reddito universale, per esempio, e con il chiedersi se possa o meno considerarsi un dispositivo femminista. Sentiamo però che con il reddito universale le donne potrebbero impegnarsi nelle associazioni, ma che non dovrebbero tornare a casa.
Difatti, in questi argomenti c’è una forma di sopra-valorizzazione del lavoro gratuito, vale a dire del lavoro volontario nelle associazioni, che comunque non sono luoghi egualitari. Questo ragionamento poggia anche su una forte idea di svalutazione del lavoro domestico: c’è da chiedersi se non siano le divisioni di classe a fare la differenza tra il cattivo e il buon lavoro gratuito! Il black feminism mostra come il valore è anche sociale, costruito. L’analisi del lavoro gratuito contribuisce a una prospettiva intersezionale. Anche se ciò resta difficile da articolare, bisogna analizzarlo in questo modo, o si rischia di cadere in una forma di naturalizzazione del valore. Pensare il lavoro gratuito attraversato da questi rapporti sociali è un modo di rimettere al centro del dibattito un’analisi politica del lavoro. Riguardare il lavoro dal suo lato gratuito – con il supporto del dibattito femminista, che è incredibilmente potente – ci permette di tornare a porci queste domande in un’analisi globale del lavoro oggi.
Attualmente le lotte insistono sulla ripartizione del lavoro – ad esempio sulla diminuzione del tempo del lavoro. Questo ci fa pensare che abbiamo abbandonato la lotta per la definizione stessa del lavoro. Quali prospettive politiche potrebbero contribuire a far sì che questo conflitto si basi sul riconoscimento dell’azione produttiva?
Oggi è la forza del movimento dei tirocinanti, che portano avanti una lotta per la definizione del lavoro e dove qualcosa può davvero essere cambiato. Perché per lottare contro l’appropriazione, bisogna riprendere possesso del nostro lavoro. Prima di condividerlo, per riappropriarsene si tratta di definirlo. Per questo trovo la loro lotta potente ed entusiasmante. È per questa stessa ragione che sto ultimando un libro su Bernard Friot, perché lui rivendica che non si debba pensare alla ripartizione del valore ma alla sua definizione, collettivamente. Per questo l’idea di un reddito universale non mi convince. Sembra essere un modo per dire «ciascuno faccia come crede». Quando ciascuno fa come vuole, i rapporti sociali girano a pieno regime. Non basta dire di non volerlo o di essere ben intenzionati affinché questi smettano di avere un impatto. Insomma, non vedo in che modo questo dispositivo potrebbe far cadere l’ordine patriarcale o capitalista.
Rimandi
☰ Leggi la nostra intervista con Fabienne Lauret : « Une organisation pour se défendre au quotidien », febbraio 2019
☰ Leggi la nostra testimonianza « Nous étions des mains invisibles », luglio 2018
☰ Leggi la nostra testimonianza « À l’usine », juin 2018
☰ Leggi la nostra intervista con Angela Davis : « S’engager dans une démarche d’intersectionnalité », dicembre 2017
☰ Leggi la nostra intervista con Christine Delphy : « La honte doit changer de bord », dicembre 2015
☰ Leggi la nostra intervista con Bernard Friot : « Nous n’avons besoin ni d’employeurs, ni d’actionnaires pour produire », settembre 2015
[1] Le Travail bénévole : engagement citoyen ou travail gratuit e Travail gratuit : la nouvelle exploitation
[2] « We have something corporations don’t have: free labor. »
Nota del traduttore: Quello del lavoro è un ambito complesso da descrivere e anche più da tradurre. Oltre al vocabolario delle pratiche quotidiane, infatti, si deve tenere conto della terminologia giuridica e statistica, di quella economica e sociologica. Diversamente dall’utilizzo che normalmente ne facciamo nella lingua italiana, in francese il lemma salario non si riferisce solo alla remunerazione del lavoro, ma all’intero corpus di diritti e tutele del lavoro dipendente e che regolano le condizioni dei lavoratori anche al di là del lavoro stesso. La remunerazione non è quindi che una componente di quella a cui in francese ci si riferisce quando si parla di salariat (ambito salariale) o delle istituzioni salariali. Un’ulteriore specificazione va fatta rispetto ad altri due concetti. Il primo è quello di fonctionnaire, che ho tradotto con dipendente pubblico. Sia in italiano che in francese, infatti, il funzionario è colui o colei che svolge la funzione di un ente, che agisce, cioè, in virtù della sua appartenenza a una qualche istituzione. In francese, però, si parla di fonctionnariat soprattutto con riferimento alla titolarità della funzione pubblica, attribuita ai soli dipendenti, stabili, dell’amministrazione. Il secondo, infine, è quello di statut. Anche in questo caso il francese statut e italiano statuto hanno significati molto simili, ma in francese e riferito al lavoro il concetto di statut è molto più simile a quello che in italiano si intende per contratto, cioè a quel corpus di norme e regole che inquadrano una certa condizione.