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Il lavoro dietro al digitale: senza vedere il primo, non capiremo il secondo.

Il lavoro c’è, ma non si vede. La fluidità del web nasconde il lavoro e non riconoscerlo ci impedisce ci comprendere davvero il mondo digitale. Non intendo il lavoro quello per il quale si dovrebbe essere pagati, almeno non solo quello. Intendo il lavoro nel senso più ampio, il lavoro come applicazione di energia finalizzata ad una qualche trasformazione del mondo. È la materialità del digitale che non vediamo e che ci impedisce di comprenderlo a pieno. Questo riguarda anche il lavoro umano, mistificato dietro barre di caricamento che ci dicono quanto manca all’arrivo dell’ultimo acquisto su Amazon.

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Rappresentazione dei tempi di consegna Amazon (immagine dal forum di Tomshardware)

Dietro ogni tacca completata ci sono fasi di lavoro vero, persone che si muovono, camion che partono, aziende che producono, ma non solo. Ci sono anche macchine, server, dispositivi materiali come cavi elettrici, dati etc. Non li vediamo e non li pensiamo, ma ci sono.

Non c’è nulla di veramente nuovo in questo. In buona parte dei suoi studi sulla tecnologia dell’informazione Manuel Castells evidenzia come l’evoluzione del linguaggio informatico non sarebbe comprensibile senza l’analisi della rivoluzione tecnologica alla base della trasmissione delle informazioni.  Perché allora scrivere di questo adesso?

Perché è un periodo in cui il nodo che lega questo tema ai diritti sociali si raddoppia, anzi si triplica.

Il primo nodo riguarda l’accesso all’informazione come diritto. In questo senso la discontinuità territoriale della connessione a banda ultra larga è un problema di diritto. Il secondo nodo riguarda l’adeguamento dei servizi, accesso ai diritti. Il terzo riguarda il problema salariale del lavoro digitale.

Sul primo non mi soffermo, se non per dire che la gestione privata dell’infrastruttura necessaria all’accesso alle infrastrutture è una stortura anche peggiore di quella che fa di Autostrade una S.p.A. o di Poste o Ferrovie etc società partecipate e non società pubbliche. Franco Bassanini ricostruisce in questo intervento la storia della proprietà dell’infrastruttura tecnologica necessaria alla comunicazione in rete in Italia e, chiaramente, del come la scarsità di investimenti pubblici sia dovuta al fatto che la comunicazione mobile non è da sempre considerata un asset essenziale. Cosa che è sempre più difficile sostenere.

Qui veniamo al secondo nodo. Quello dell’accesso alla rete come condizione necessaria all’accesso ai diritti. Anche lasciando da parte la Didattica a Distanza e le problematiche autorevolmente messe in evidenza da esperti di educazione e pedagogisti, il 2020 è stato l’anno in cui l’accelerazione tecnologica della Pubblica Amministrazione è sotto gli occhi di tutti, tra qualche successo e diversi fallimenti. Chiaramente su questo ha giocato un ruolo fondamentale l’azione di governo, che ha spinto – non dico investito per non confonderci – moltissimo sulle opportunità offerte dall’accesso on line ai servizi, soprattutto in materia di distanziamento sociale, di riduzione di carta e della necessità per i cittadini di produrre continuamente documentazione con informazioni già in possesso della PA per ogni nuovo servizio richiesto.

SPID, Immuni, clickday, cashback, sono parole che ormai conoscono tutti. Ma cosa c’è dietro resta spesso oscuro a i più. Per questo ci troviamo davanti a commenti come quello di Pierangelo Soldavini, su Il Sole 24 ore,  in cui denuncia le difficoltà di accesso per le richieste del buonomobilità come il “fallimento della cultura digitale”. Per Soldavini l’idea della “coda” ideata dai programmatori di Sogei è l’antitesi della fluidità del web. Vero, se non sai come funziona il web. Lo spazio digitale è soprattutto fisico. Queste parole che scrivo non fluttuano nell’aria, sono registrate su un server con una capacità di accesso limitata, con un costo di gestione ed energetico, che occupa fisicamente uno spazio e così via. Per la creazione di criptovaluta, come il bitcoin – ditemi se non è digitale questo – i miners europei investono in Svezia, Islanda, Norvegia, dove i costi sono ridotti anche per la minore necessità di raffreddare i loro server. Eppure Soldavini non ha tutti i torti. Quel fatidico 3 novembre, giorno del clickday per l’accesso al buono mobilità, il blocco dell’accesso SPID ha impedito a migliaia di utenti di consultare il proprio fascicolo sanitario elettronico, di accedere ai servizi dell’INPS, dell’agenzia delle entrate e qualsiasi altra interfaccia istituzionale che richiedesse l’accesso personale certificato. Su twitter si trovano le richieste di informazioni e di aiuto di quanti non hanno avuto accesso al servizio, iganri del fatto che la loro difficoltà derivasse dal fatto che altri stavano intasando i server di poste e degli altri Identity provider.

Il problema non è se su Il Sole 24 ore esce un commento poco avvertito, il problema è che chi ha pensato di istituire un clickday non avesse davvero idea del fatto che se dici a diversi milioni di utenti “per accaparrarvi gli spicci che vi abbiamo promesso e che avete anticipato vale la logica del chi tardi arriva male alloggia”, forse una sorta di imbuto si crea.

…Mi sono ripromesso di non aprire qui il tema di quanto sia discriminatorio e ingiusto spendere soldi pubblici per incentivare l’acquisto privato e di dare (altri) soldi a chi già ne ha. Quindi non lo farò…

Eppure, le avvisaglie c’erano tutte. Il buono dei 600 euro per i lavoratori e le lavoratrici autonome di maggio produsse un effetto molto simile. Non sarebbe stato un clickday, ma l’informazione non era chiara. Si parlava di fondi a esaurimento, di pochi giorni per richiedere il sostegno. L’INPS fu costretto a differenziare gli accessi ai server per i professionisti, i caf e i commercialisti e i privati cittadini.

Un problema diverso, ma riconducibile al tema della cultura digitale riguarda Immuni. L’app per la tracciabilità. Un’applicazione programmata in tempi record tra mille polemiche e gratuitamente, da BendingSpoon, una software house italiana e che ora è passata in mano a Sogei. L’applicazione in sé è una tra le migliori per equilibrio efficacia/privacy, ma non è stata dotata dell’infrastruttura necessaria a farla funzionare, come ad esempio la certezza dell’inserimento delle diagnosi di positività. Anche qui, l’applicazione fa quello che deve, ma non può fare quello che dovrebbero fare altri, gli stessi che in questo momento sono forse impegnati con altro. Dal lancio, il 15 Giugno, si è dovuto attendere il Decreto Ristori, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 ottobre 2020, che ha reso obbligatorio il caricamento dei codici delle persone positive da parte delle Asl e istituito il call center nazionale. D’altra parte, e questo vale anche per il lavoro, se non lo paghi non gli dai il giusto valore. E probabilmente questo è quanto accaduto con Immuni, un’occasione fondamentale per la vita di molti, sprecata o comunque sottoutilizzata per la miopia con cui si pensa il software senza l’hardware che c’è dietro.

Adesso il dibattito si sposta sull’app IO. L’app di PagoPa, attiva da diversi mesi in realtà, che è il principale mezzo per ricevere il famigerato cashback, l’incentivo all’utilizzo di moneta elettronica presso i negozi fisici (che secondo me è la cosa più interessante) tramite un rimborso del 10% di quanto speso. Il cashback era una procedura già nota agli utenti di Satispay, molti negozianti offrivano uno sconto in forma di denaro restituito a chi pagava con l’app torinese. D’altra parte anche IO era già nota, sia a chi ha usufruito del buono vacanze – sì, siamo uno Stato fondato sui buoni a noi le politiche strutturali ci fanno schifo –  sia a chi, più sommessamente la usava per pagare i tributi comunali, automobilistici e all’Agenzia delle Entrate. Insomma, un canale di pagamento unificato che sebbene in funzione beta faceva il suo e che adesso funziona a singhiozzo per via del solito imbuto. In questo caso i server intasati non sono solo quelli che alimentano IO, ma anche quelli delle banche e degli istituti aderenti, che devono confermare le carte e gli iban dei richiedenti. Curiosamente, come in molti hanno notato, in questo caso il problema della privacy è venuto meno. L’ingorgo si è creato perché una gran quantità di persone muore dalla voglia di comunicare a un’applicazione ufficiale della Pubblica Amministrazione il proprio iban e le proprie carte di pagamento, vuole dirgli dove acquista e cosa acquista. Nulla di male, sia chiaro, Agenzia delle Entrate ha già tutti i dati che servono, ma sorprende quanto questo tema sia passato in secondo piano davanti allo sconto del 10% sugli acquisti nonostante siano passati pochi mesi dalla valanga di dubbi che ha investito Immuni e il suo lancio.

L’ultimo nodo è quello salariale del lavoro digitale. Non voglio dilungarmi su questo, che meriterebbe un discorso più ampio. Lo cito solo perché anche in questo caso, dietro la fluidità e flessibilità del digitale il lavoro scompare, il vero costo del lavoro, quello cioè pagato dai lavoratori  e dalle lavoratrici scompare. E in questo caso non è solo un costo fisico e sociale, ma anche un costo economico. Certo, davanti alla riduzione dell’inquinamento dovuto allo spostamento per andare al lavoro e alla riduzione dei cosiddetti infortuni in itinere, il problema sembra essere meno importante. Ma quanto costa lavorare in casa? Il riscaldamento, l’energia elettrica, lo spazio, le attrezzature idonee e adeguate per lavorare in sicurezza e senza compromettere il benessere psicofisico. Quanto si perde in benessere quando la casa è piccola? Quando i bambini ti cercano durante la riunione o quando stai male, ma tanto lavori da casa, mica chiedi la malattia. Anche gli infortuni cambiano, la casa è spesso inadeguata all’attività lavorativa, perché di solito ci si fa altro. Ci saranno ancora i buoni pasto (io spero di no), ma intanto in molti ci contano. Come saranno gestiti questi aspetti?

Non lo sappiamo ancora e sembra che le imprese potranno approfittarsene ancora per parecchio, prima che davvero il digitale smetta di essere visto come un mondo fatto di codici e lo si prenda per il lavoro che c’è dietro.

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