Vivo a Marzabotto da cinque anni con la mia compagna. Casa isolata, in affitto, porzione in un casale con altre unità abitative, solo in parte occupate e da persone che abbiamo conosciuto qui. Fuori dai nostri giri, insomma.
Marzabotto, come altri comuni della media valle del Reno, è uno di quelli che gode della fuga dalla città verso la campagna. Il covid prima, il caro affitti poi e il caldo ora, spingono infatti chi può permettersi di rinunciare a qualche comodità a cercare riparo altrove. Per dare qualche dato, se dal 2021 la città metropolitana di Bologna cresce in popolazione dell’1,8%, questo è dovuto soprattutto a zone non centrali proprio come l’Appennino Bolognese (+2,7%) o la zona di Pianura Est (2,5%), non di certo al comune capoluogo, che resta fermo (-0,05%)1. L’andamento recente della popolazione ha invertito una tendenza allo spopolamento che, in progressione per almeno un decennio, era andata consolidandosi grazie alle infinite crisi industriali2, alla chiusura di esercizi commerciali nei piccoli centri, alla perdita di servizi3. Chi ha dato il via alla recente tendenza si è quindi trovato a fare inizialmente i conti con un territorio in crisi, almeno rispetto a quelle che erano le logiche dei decenni precedenti. La sensazione non deve essere durata moltissimo, perché in poco tempo gli attori economici di Bologna e della zona, supportati dalle amministrazioni, si sono precipitati in soccorso: supermercati4, B&B, caro affitti e, ovviamente, i mega eventi. Sembra quasi non aver lasciato la città, si direbbe, quando la musica rimbomba tra le valli, quando il vigile ti ferma perché siccome c’è un concerto non puoi percorrere la sola strada che ti porta a destinazione. O siccome c’è troppa ressa nel piazzale del supermercato è meglio se la spesa la fai ieri.
Eppure questa non è la città. I campi non sono prati, i prati non sono parcheggi, i sentieri non sono strade, gli alberi, i boschi, i torrenti e gli stagni non sono natura, sono ecosistemi che hanno una propria vita, ricchissima e fragile.
Le ragioni che mi hanno spinto fuori da Bologna sono diverse. Non entro nel dettaglio che pure chissenefrega, ma la cosa importante ai fini di questo ragionamento è che io la campagna me la sono scelta (come luogo di vita e non per forza di lavoro), ed è molto diverso da chi ci si è trovato costretto perché c’è nato, nata, o perché in città non trova case in affitto compatibili con le proprie esigenze, come ad esempio una metratura minima per un ricongiungimento familiare. Che la mia sia stata una scelta è importante perché potrebbe portarmi a sottostimare l’importanza che per questo approccio al ripopolamento potrebbe avere per altre persone. Pur nelle sue contraddizioni è infatti indubbio che tutto questo porti un vento di novità per chi, fino a qualche anno fa, per un concerto doveva spostarsi fino a Bologna. Mi chiedo, però, quanto vale questa ventata di novità? Soprattutto, è davvero una novità?
Venezia, Firenze, sempre di più Bologna, ma anche al pari di quello che è successo a molti paesi delle aree interne, trasformati in borghi5, o a boschi trasformati in parchi, sottratti al conflitto e alla trasformazione – che non per forza significa asfalto e distruzione – allo stesso modo trasformare l’Appennino in un enorme parco giochi fatto per chi non ci vive non è una novità. Esagero? Forse, ma il Parco storico di Monte Sole, teatro dell’eccidio nazista tra i più feroci in Italia, è ormai un’area per concerti e grandi eventi (tra l’altro carissimi6), in cui la memoria e la Resistenza sono diventati un brand piazzato su insegne di esercizi commerciali privati, su tshirt e bicchieri serigrafati, in cui il prato si è fatto parcheggio, il sentiero strada, il bosco campeggio.
Certo, meglio scrivere Resistenza su un’insegna che lasciarla cadere nel dimenticatoio, mi potrebbe dire chi – magari capace con i numeri – si mettesse a fare il confronto tra la partecipazione alle celebrazioni del 25 aprile degli ultimi anni, ormai un altro grande evento (benché pubblico e per me di importanza senza pari), con quella di anche solo dieci anni fa. Ma è vero che sono queste le sole alternative possibili? Soprattutto, aggiungo, in che modo portare migliaia di persone a Monte Sole il 25 aprile fa bene all’antifascismo?
Per chi si occupa di statistiche e di turismo, la valutazione degli effetti di una politica, di un evento o di un’infrastruttura, è fatta solitamente in termini di arrivi e pernottamenti. Poi si può calcolare il Valore Aggiunto prodotto dalle attività connesse (ristorazione e alloggio), poi si può guardare il numero degli addetti nelle stesse attività7. Lo faccio pure io quando serve e faccio così perché quelli sono i dati immediatamente disponibili, confrontabili, quelli utili a chi deve decidere. Se è così, però, è perché si è scelto che il modo migliore di guardare ai fenomeni socio-economici è quello dell’economia, della crescita infinita e della competizione tra territori. Il territorio vale se è attrattivo. Accanto a quelli ce ne sono altri di dati che pure provo, quando posso, a tirare fuori: quale è l’impatto sui costi delle abitazioni? Quanto di quel Valore Aggiunto viene redistribuito in salari? Quanto in tasse e – di conseguenza – in servizi utili a chi vive nel posto in cui altri pernottano e basta? Ecco, proprio secondo questi dati, l’idea che il turismo possa sostenere economicamente un territorio senza distruggerne le caratteristiche umane e sociali è una strategia persa in partenza. Vedi la popolazione di Bologna, insomma. Altri dati mancano poi del tutto all’appello (almeno io non so come arrivarci): che impatto ha sull’ecosistema portate 5.000 persone in montagna? Che impatto hanno i decibel di un concerto sugli animali che in quello spazio ci vivevano meglio quando l’Appennino andava spopolandosi?
Sia chiaro: l’impatto 0 non esiste. Se si decide che in Appennino ci si può vivere, allora si fanno i conti con gli impatti dell’antropizzazione. Servono le strade e serve la connessione e servono i servizi e serve la raccolta dei rifiuti e servono un sacco di altre cose. Non tutte, però. È infatti vero anche il contrario: se si decide che si può vivere in Appennino, non si può pensare di farlo come in città. Questo significa che anche il metro di giudizio e di decisione deve essere diverso.
Il bosco non ha bisogno di diventare un’esperienza perché se ne riconosca il valore, il parcheggio non può essere il solo destino di un prato, lo sviluppo può non essere sinonimo di estrazione e desertificazione8. Le esperienze che sono nate in questi anni sul territorio lo dimostrano. Non mi pare che manchino le alternative, la voglia di cercarle e di costruirle, quella invece sì.
- https://ireser.it/it_it/osservatori/osservatori-economia-e-lavoro/oel-bologna/
↩︎ - https://fiom-bologna.org/2026/07/08/patto-per-lappennino-assemblea-pubblica/ (Ho scelto questo post della Fiom dell’Emilia-Romagna perché dà il senso dell’ampiezza della questione, ma davvero di esempi ce ne sono a decine). ↩︎
- In questo report fatto dall’Ires Er un’intera rassegna statistica su economia e servizi in Appennino. https://ireser.it/it_it/appennino-bolognese-territorio-economia-e-servizi/ ↩︎
- Giusto per fare un esempio recente, non ancora definitivo – speriamo – https://vergatonews24.it/2025/12/29/a-vergato-un-nuovo-super-supermercato-anzi-due-presentate-le-richieste-ma-ce-chi-si-oppone/ ↩︎
- Il riferimento è a “Contro i borghi Il Belpaese che dimentica i paesi”, a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi https://www.donzelli.it/libro/9788855223560 ↩︎
- https://www.ticketone.it/event/c-s-i-consorzio-suonatori-indipendenti-in-viaggio-tour-2026-il-poggiolo-rifugio-re-esistente-21243422/ è quello di oggi, in occasione del festival del Lupo, per esempio. ↩︎
- Si veda l’Osservatorio su Bologna, già citato nella prima nota. ↩︎
- Qui un esempio di uno spazio recuperato da Boschilla (lo si inaugura a breve – tipo domani) con uno spirito che mi sembra ben diverso da quello sperimentato a Marzabotto: https://lavocedellappennino.it/castiglione-dei-pepoli/castiglione-dei-pepoli-lex-vivaio-forestale-cottede-riapre-grazie-allassociazione-boschilla/ Ma volendo c’è anche la Bisaboga, sempre a Marzabotto, i centri civici. Spazi in cui promuovere eventi culturali sostenibili, magari promuovendo le realtà locali, anche confliggendo con chi sullo stesso territorio ci vive da prima, perché no. ↩︎