Pochi minuti fa (era il 4 Marzo) la Cineteca di Bologna ha lanciato con un tweet la nuova campagna per il reclutamento volontari per il Festival Il Cinema Ritrovato e, a seguire, Sotto le Stelle del Cinema.
#CinemaRitrovato 2016. Volontari cercansi! https://t.co/BgEkraLVKX pic.twitter.com/KerZrqAooZ
— Cineteca di Bologna (@cinetecabologna) 4 marzo 2016
Quest’anno poi, aggiunge la pagina web, Bologna ospiterà il Congresso Fiaf (International Federation of Film Archives) – dal 22 al 27 giugno- che porterà in città i rappresentanti di tutte le più importanti cineteche del mondo. Un’occasione da non perdere, insomma, per chi ha voglia di partecipare dal di dentro a un evento interessante, coinvolgente e magari – metti che conosci qualcuno di importante – utile.
So già che in molti, entusiasti dell’occasione di partecipare a uno dei più caratteristici eventi della città in cui nacque Pasolini, si getteranno nella compilazione della candidatura pensando bene a cosa scrivere per catturare positivamente l’attenzione dei selezionatori.
In realtà, una volta aperta la scheda di partecipazione si capisce subito cosa serve e, soprattutto, cosa non serve. Non servono, ad esempio, le motivazioni. Cioè, non che non si debba essere motivati, ma non c’è nessuna domandona esistenziale sul perché l’aspirante volontario sia interessato al festival. Servono, invece, quelle sì e tante, delle competenze specifiche per svolgere le attività desiderate.

Le possibilità sono davvero molte: dal lavoro di segreteria, per il quale è richiesta la conoscenza delle lingue inglese e francese, fino all’autista per gli ospiti, per cui si deve essere patentati e automuniti – pensare che per Uber si sono incazzati tutti -. Servono poi grafici capaci di usare Photoshop e applicazioni per Mac, servono comunicatori che conoscano Office e così via. Ce n’è per tutti e tutte. Anche chi non avesse conoscenze specifiche da vantare può star tranquillo, il lavoro di fatica previsto per la fase di allestimento palco è lì pronto a caratterizzare la partecipazione dei volontari meno competenti.
In termini di lavoro gratuito, in confronto a questo programma, Expo 2015 era quasi una messa in scena. Non solo perché, come qualcuno mi ha fatto notare durante le interviste fatte sul sito per una ricerca, i volontari a Expo erano le mutande dell’evento, cioè il lato estetico e moralmente accetabile della fiera delle multinazionali che si è svolta a Milano nel 2015. Ma anche, e soprattutto, per il fatto che nel caso di Expo c’erano i famosi accordi del 23 Luglio, quelli in cui per la prima volta il lavoro non retribuito trovava legittimazione in un contratto tra sindacati dei lavoratori e impresa, ma che impegnavano – almeno – l’impresa Expo 2015 a non chiedere lo svolgimento di alcuna mansione specifica ai volontari.
Non ce l’ho con i volontari e le volontarie. Dopo aver parlato con molti volontari di Expo so già – immagino valga anche qui – che oltre quelli che vorranno semplicemente partecipare al Festival, per molti di loro sarà anche un modo di cercare lavoro, di uscire di casa, o anche solo di sentirsi utili e riconosciuti. Per altri, poi, sarà un modo di conoscere gente e un momento di scambio, che poi è quello che accade anche lavorando.
Quello che non mi piace affatto, che anzi mi spaventa, è il meccanismo che rende accettabile il lavoro gratuito agli occhi di centiania di persone.
Mi spaventa la logica del “farà curriculum”, perché tanto non funziona; Mi spaventa il dumping di chi, potendosi permettere di lavorare gratis, è più conveniente per le imprese di quanti per lavorare vogliono essere pagati. Mi spaventa, la miopia della città, che, stavolta attraverso la Cineteca, risparmia sul lavoro culturale, contribuendo alla sua svalutazione. È già successo e succede ogni volta che c’è un evento più o meno gratuito al pubblico – e comunque sponsorizzato. Basta chiedere ai ragazzi che si pensa stiano lavorando come sono pagati. Molti diranno che non lo sono. L’ultima volta che l’ho chiesto, alla biennale di Foto/Industria, hostess e stuart non sapevano neppure se sarebbero stati pagati: sembrava di sì, ma poi ci hanno detto di no.
Mi spaventa che cliccando la sezione “lavora con noi” del sito puoi al massimo iscriverti alla newsletter o andare allo store.
Come mi sono trovato a dire sui #500schiavi – al solito senza che nessuno me l’avesse chiesto – la schiavitù inizia con la proposta, il fatto che non si sia pagati è solo un motivo in più per non lavorare.
Sono assolutamente d’accordo con queste considerazioni. Premettendo che sono in procinto di laurearmi, inizio già a proiettarmi nella ricerca del lavoro, e leggere questo articolo mi infastidisce profondamente.
Qualunque competenza un individuo possieda, di certo non ci si impegna (ebbene sì, formarsi costa, in fatica e denaro!) per mettere a disposizione questo CAPITALE al servizio di aziende o enti in maniera gratuita.. anche perchè in un qualche modo bisogna sostentarsi.
La mia proposta è l’invio del proprio curriculum con la specifica di essere disponibili a lavorare solo se retribuiti, magari con una vera e propria lettera in cui lo si argomenta chiaramente.. chissà se potrebbe servire… almeno si sottolinea che la qualità non può essere richiesta a zero costi.
Tengo a precisare che comunque, anche senza competenze specifiche, un manovale o un allestitore non dovrebbe lavorare gratis; ne va della dignità del lavoro e della persona, con e senza qualifiche.
Grazie per l’articolo, Gianluca!
Da qualche tempo mi occupo di queste cose e ti garantisco che il ragionamento che fai tu, pur sembrando semplice: se lavoro mi paghi, non è affatto scontato.
È difficile rompere il meccanismo della promessa e della scommessa. In primo luogo perché a forza di sentir dire che una vita migliore dipende dall’impegno individuale, ormai un sacco di gente se ne è convinta davvero. In secondo luogo perché, proprio per alimentare quei meccanismi lì, ci siamo abituati ai mille modi di lavorare gratis: dai tirocini agli stage a nuovi tirocini ai nuovi stage, al volontariato al servizio civile al volontariato forzato delle carceri, nelle imprese, etc. Di esempi ne potremmo fare un sacco e su ciascuno, sono sicuro, ci sarebbe da discutere per ore se è giusto, ingiusto, bene o male. Da qualche parte però si deve pure iniziare.
Da quando ho pubblicato questo post ho visto gli accessi al sito moltiplicarsi così come le condivisioni. Credo che la tua idea di partecipare scrivendo una lettera richiedendo di essere pagati non sia affatto male.
Anzi, penso che farò richiesta di partecipazione anche io, non so ancora se mandando il mio CV già con una lettera allegata o se facendo finta di nulla e poi spiegare cosa penso e voglio durante il colloquio – eventuale – con il selezionatore. Così, giusto per essere sicuro di essere ascoltato e di far perdere tempo. Magari, da qui a qualche settimana si riuscirà pure a fare qualcosa di meno individuale e più collettivo. Chissà.
Bisogna comunque, riconscere il grande lavoro culturale che la Cineteca sta facendo. La possibilità di aver un cinema in piazza dove poter ammirare i film di Keaton con la filarmonica oppure il 35 mm di 2001 Odisea nello spazio non è così scontata.
Nonostante, sono d’accordo con te che la Fondazione culturale più importante di Bologna, forse anche d’Italia e mondialmente riconosciuta offre il lusso di “lavorare gratis.” Dico lusso perché chi non si può permettere di dare la disponibilità, per motivi lavorativi, di fare questo “volontariato” rimane al di fuori di questo circuito culturale, aggiungendo al suo CV il lavoro come cameriere, commessa o qualunque altro lavoro che permetta allo studente, e non, pagarsi gli studi o la casa.
Quindi il “volontariato” è diventato un lusso. Solo chi non ha l’obbligo di dover lavorare si può permettere di farlo e creare dei contatti, vedere dall’interno il Festival e godere dell’ambiente cinematografico.
Cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini al riguardo di questa messa in scena?
La mancanza di consapevolezza, da parte della società, di un sistema che crea più differenze sociali a causa delle differenze economiche fa sì che questa aberrazione ci impedisca mettere a fuoco o distorsioni la realtà del problema.
Occhio! Non sto criticando la Cineteca di Bologna, perché è possibile che non abbiano soldi per pagare ai “volontari”, ma il sistema a cui non interessa la cultura e insiste in investire in armi e in trivellare l’Adriatico.
La cultura italiana che ormai a livello mondale rimane soltanto come identità, resta in superficie; perché è più imporante il prestiggio che il pane.
Un sistema che noi alimentiamo perché, paradossalmente, per fortuna, ci piace sognare.