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Boxare contro gli stereotipi di genere

DISCLAIMER: Intervista inedita per il sito di Ballast liberamente tradotta da G. De Angelis con il consenso della rivista. Eventuali errori, imprecisioni e difformità dal contenuto originale sono responsabilità del traduttore, così come la collocazione (l’ho messa qui perché non avrei saputo dove altro metterla).

Intervista di Yann Renoult

Qualche anno fa, un fotografo ha seguito gli allenamenti e le gare di un gruppo di pugilesse del club Boxing Beats d’Aubervillers – precursore nello sviluppo della boxe femminile sotto l’impulso di Saïd Bennajem, vecchio pugile ai giochi olimpici del 1992. A lungo trascurate, questa immagini riemergono dai cassetti e offrono l’occasione al suo autore, anche giornalista indipendente, di incontrare tre pugilesse del club. Natacha Lapeyroux, dottoranda in Scienze dell’informazione e della comunicazione, ha fatto la sua tesi sulle rappresentazioni televisive delle sportive professioniste in Francia; da una decina d’anni pratica la boxe inglese. È lei a parlargli della sua ricerca etnografica nella palestra di d’Aubervilliers. – Di Yann Renoult

Perché indossare dei guantoni da boxe?

Cercavo un’attività che mi permettesse di sfogarmi e di canalizzare la mia aggressività. Che mi aiutasse a prendere fiducia in me stessa. Siccome il modello della donna bella, aggraziata e delicata non mi si addiceva, arrogarmi il diritto di praticare un’attività sportiva che richiedesse prova di forza, coraggio e tenacia è stato liberatorio.

E da ciò è seguita l’esperienza nel club Boxing Beats.

Quando sono arrivata lì boxavo già da diversi anni. Era la prima volta che mi trovavo in un club in cui le femmine non erano viste come inferiori ai maschi. Al Boxing Beats gli allenatori fanno di tutto affinché le pugilesse possano arrivare al più alto livello possibile, nella carriera sportiva così come nella vita professionale. Due pugilesse del club hanno potuto frequentare Sciences Po Paris[1] grazie al loro percorso sportivo di alto livello e si sono laureate. Il club si trova a Aubervilliers, in Seine-Saint-Denis, e ha la particolarità di aver favorito, già dalla fine degli anni ’90, una politica sportiva orientata allo sviluppo della boxe femminile in Francia.

Le pugilesse infrangono, si immagina, le norme di genere di questo sport e, in senso ampio, della società intera…

Storicamente i discorsi di carattere medico giudicavano gli sport « violenti » inadatti alla condizione femminile in quanto minaccia della capacità riproduttiva. In ragione di questa « specificità » femminile, le retoriche biopolitiche hanno limitato la partecipazione delle femmine alle attività fisiche (ginnastica, tennis, etc.). Al contrario, lo sport, come nella formulazione del sociologo Erving Goffman, offre «una disposizione specifica concepita per permettere agli uomini di mantenere le qualità per loro giudicate essenziali: la forza, la sopportazione, la resistenza»[3]. L’ingresso delle femmine nel mondo sportivo, e soprattutto negli sport storicamente associati a una mascolinità virile, è avvenuto come una frattura, scuotendo le retoriche biopolitiche e le rappresentazioni classiche dell’identità «femminile»[4].

Agli inizi degli anni ’90, le femmine hanno iniziato a invadere le sale da boxe clandestinamente. Si sarebbe dovuto attendere il 1999 affinché la boxe inglese femminile agonistica acquisisse un riconoscimento e una legittimità dalla Federazione francese di boxe – 2004 per la boxe professionistica, 2012 per la partecipazione ai giochi olimpici. La boxe inglese è stato l’ultimo sport vietato alle donne, il che, secondo la sociologa  Catherine Louveau mostra che sono gli sport che contribuiscono alla costruzione di una mascolinità virile che si aprono più tardivamente alle femmine. Le pugilesse, sopportando la violenza legata a questo sport, la difficoltà degli allenamenti e mostrando coraggio e volontà partecipano alla decostruzione del mito della donna fragile e sensibile. Mostrano, attraverso i media, una nuova identità femminile trasgressiva dove delle donne sono capaci di affrontarsi su un ring con stesso titolo che i loro omologhi « maschili». Di più, alcune pugilesse diventano madri durante la loro carriera[5], mostrando che alla fine le femmine possono essere madri e contemporaneamente impegnarsi in uno sport che richieda prova di violenza e aggressività. Se il sessismo è ancora molto presente negli sport, e nelle altre sfere sociali, le pugilesse contribuiscono comunque all’evoluzione delle rappresentazioni.

(Yann Renoult)

 In che modo le pugilesse articolano e rimettono in causa le attribuzioni di genere e l’identità di genere?

Come sottolineato da Christine Mennesson[6], le pugilesse durante la loro infanzia hanno fatto esperienza di una socializzazione a «sessualità inversa» con un rapporto particolarmente attivo al proprio corpo, appropriandosi dei giochi e dei comportamenti tradizionalmente assegnati ai «ragazzi».  Nei loro racconti d’infanzia, si descrivono come delle ragazze attive, che giocavano a calcio, si arrampicavano sugli alberi, che si picchiavano con i loro fratelli maggiori o con le loro compagne di scuola. Ciononostante, le disposizioni «mascoline» di cui fanno prova le ragazze sono tollerate fino alla pubertà. Durante l’adolescenza, si chiederà alle ragazze di conformarsi alla norma per evitare di essere stigmatizzate.

Secondo Christine Mennesson, le pugilesse hanno il doppio obbligo di comportarsi da «uomini», senza smettere di essere femmine, a partire da un doppio processo di identificazione e differenziazione. Durante gli allenamenti, le pugilesse devono differenziarsi mostrando i segni esteriori della loro femminilità : dal lasciare che i capelli fluiscano dal caschetto, fino all’adozione di un modo di parlare, di camminare e di comportarsi che le ascriva al genere «femminile». La stigmatizzazione delle pugilesse, il cui corpo è particolarmente muscoloso, permetterà di distinguerle più facilmente dagli uomini: «alcune possono utilizzare gli stereotipi classici, altre devono oltrepassare la tradizionale frontiera tra maschile e femminile»[7]. Per le prime, avere un corpo che corrisponde alle norme di «femminilità» basta a distinguerle dagli uomini; per le seconde, si tratterà di non essere volgari e di non mostrare apertamente la propria aggressività. D’altronde, se le pugilesse mettono in atto una strategia di resistenza di fronte alle rappresentazioni di genere binario nello sport, fanno parallelamente un discorso che ne affermi la loro specificità «femminile», nel loro modo di apprendere la boxe e facendo uso di un essenzialismo strategico per differenziarsi dagli uomini.

Cioè?

Nei loro discorsi, le pugilesse insistono sulle differenze fisiche e mentali tra i due sessi. Le donne saranno più «tecniche» e più attente alla bellezza del gesto reintroducendo una forma di estetica «femminile» nella loro pratica, mentre i pugili , dal canto loro, saranno più «fisici». L’incorporazione delle competenze considerate «femminili» nel loro modo di boxare permette alle pugilesse di distinguersi dagli uomini e di evitare un processo di virilizzazione.

Storicamente, le femmine giudicate « troppo virili » nel mondo dello sport hanno dovuto sottoporsi ai test di femminilità[8]. Al di fuori della sfera sportiva, le pugilesse della Boxing Beat, che già dall’infanzia hanno negoziato una certa lettura della «femminilità» e della mascolinità, decostruiscono le categorie di genere binario e le attività che sono storicamente attribuite agli uomini e alle donne. Loro sostengono un modello secondo il quale maschi e femmine sono uguali, le competenze «femminili» e «maschili» possono essere intercambiabili – che sia nelle pratiche corporali, professionali o nel campo familiare.

C’è una pressione supplementare sulle donne per conciliare questo investimento “totale” con quella che è la loro vita personale, professionale?

Diventare campionessa di boxe necessita un rapporto ascetico al corpo, che valorizzi la performance piuttosto che l’estetica nel quadro della pratica sportiva. Le pugilesse devono sottoporsi a diete draconiane e allenamenti di forza intensivi per acquisire un corpo atletico. Analogamente ai pugili descritti dal sociologo Loïc Wacquant, che aveva condotto un’inchiesta etnografica agli inizi degli anni 1990 in una palestra di boxe di Chicago, la dimensione sacrificale e religiosa della boxe impregna e invade l’esistenza della pugilessa, dentro e fuori la sala da boxe: «il sacrificio è sia un mezzo che un fine, un bisogno vitale e una missione densa di fierezza, un’esigenza pratica e un’ossessione tipica dei rituali»[9]. Le pugilesse si sottopongono volontariamente a questo stile di vita che entra in contraddizione con le attese culturali e sociali stereotipate che confinano le donne al lavoro domestico. Questo stile di vita conferisce a quante aderiscono all’esigenza della boxe, l’onore specifico di far parte della comunità. Parallelamente, le pugilesse cumulano molto spesso una vita da studentessa e/o professionale, una vita amorosa e sociale. Talvolta sono madri. Quindi organizzano il loro tempo in funzione dei loro obiettivi sportivi, educativi, professionali e personali. Le loro compagne e i loro compagni devono abituarsi a questo modo di vivere e accompagnarle verso i loro obiettivi, perché loro non intendono lasciare la loro passione sportiva o la loro carriera professionale. Insomma, le pugilesse mettono in pratica una strategia di resistenza di fronte alle ingiunzioni patriarcali che pesano sulle donne nelle differenti sfere sociali (lo sport, il lavoro, la famiglia, etc.) e rivendicano l’uguaglianza tra maschi e femmine.

(Yann Renoult)

Spesso si sente dire, dalle pugilesse o dai loro allenatori, che le femmine sono «più tecniche», più «dedite», più «assidue», «più determinate a riuscire». È una forma di ri-essenzializzazione dell’identità di genere femminile oppure, come dice una pugilessa con cui abbiamo parlato, è la semplice conseguenza del dover «farsi valere» in un mondo maschile?   

Effettivamente, pugilesse e allenatori convergono su queste affermazioni. Le pugilesse si descrivono come maggiormente inclini a «l’emozione» mentre gli uomini sarebbero «più orgogliosi » e più «strategici». Allo stesso tempo, le pugilesse si descrivono anche come più «selvagge», «irascibili» e più «impegnate» sul ring che i maschi. Gli allenatori della Boxing Beat confermano questo punto di vista e sostengono che ci sia più combattività tra le femmine che tra i maschi; più determinazione. Secondo loro, le pugilesse sono più impegnate perché devono legittimare la loro posizione al di là del ruolo subalterno in cui sono costrette in questo sport. C’è, insomma, una forma di re-essenzializzazione dell’identità «femminile» (alla quale si associano l’emozione, l’assiduità, la bellezza del gesto) ma, allo stesso tempo, le femmine devono eccellere per farsi rispettare in questo mondo di « uomini», evitando così di non essere prese sul serio e screditate. Certi uomini qualificano la boxe femminile «confusa», quindi come se le femmine non fossero abbastanza precise e non avessero abbastanza padronanza di sé per la pratica di questi sport. Per questo, le pugilesse devono sovra-compensare, con tecnica e strategia, per evitare di essere stigmatizzate.

Una delle pugilesse che abbiamo incontrato dice di pensare al suo primo allenatore come «a un fratello» e al secondo come «a un padre». Come analizzi questo rapporto tra allenatore e allenata?

Nella sala da boxe si sente spesso dire che non si arriva a questo sport per caso. Le pugilesse sono delle femmine spesso cresciute in contesti familiari complicati, che hanno conosciuto delle difficoltà economiche, la perdita prematura di un parente e/o degli avvenimenti violenti. D’altronde si tratta di difficoltà raccontate in alcune opere autobiografiche[10]. Gli allenatori – che sono anche degli educatori – sanno a quale pubblico devono confrontarsi e prendono spesso a cuore il loro ruolo, soprattutto alla Boxing Beat. L’allenatore è quindi considerato dalla pugilessa come un membro della famiglia. Ciononostante potrebbe anche instaurarsi un rapporto di dominazione, laddove l’allenatore superi il quadro della relazione tra allenatore e pugilessa trasformandolo in un rapporto di seduzione o approfittando del suo ruolo per abusare sessualmente delle sportive – cosa che tristemente accade spesso nel mondo sportivo. Come affermato il sociologo Philippe Liotard, che ha lavorato sulla questione delle violenze sessuali nello sport, l’allenatore ha una presa forte sulle sportive[11].

Come avviene?

Innanzitutto le sportive devono sottoporsi alle esigenze dell’allenatore, considerato come il garante e il responsabile delle performance sportive dell’atleta (esiste quindi un rapporto gerarchico molto marcato). Secondariamente, tra allenatore e atleta si instaura un legame affettivo forte e reciproco per effetto del lavoro comune, dei progressi fatti, delle confidenze scambiate (gli atleti tendono a idealizzare e sopravvalutare il loro allenatore). In terzo luogo, l’allenatore incarna l’istituzione, il sapere e la competenza: la società gli accorda una presunzione di moralità. Alcuni abusano di questa posizione di potere che hanno sulle sportive. Parallelamente, c’è da considerare che ci sono ancora troppo poche allenatrici di boxe inglese in Francia. La boxe resta una roccaforte maschile, i pugili sono ancora reticenti all’idea di essere allenati da una femmina. Dal punto di vista sportivo, gli allenamenti tenuti da femmine sono gli stessi che quelli condotti dai maschi. Potrebbe invece essere interessante approfondire la relazione tra l’allenatrice e l’atleta facendo una ricerca sul campo.

(Yann Renoult)

Oltre alla dimensione individuale, si sviluppa tra le pugilesse una forma di organizzazione collettiva, formale o informale che sia? Qualcosa che permetta il sostegno, la protezione lo sviluppo di strategie davanti al mondo maschile della boxe, se non al di là di quello.

Tra loro esiste vera e propria solidarietà. Come afferma Howard Becker, «la coscienza di condividere uno stesso destino e di incontrare gli stessi problemi genera una sottocultura deviante, cioè un insieme di idee e di punti di vista sul mondo sociale e sul modo di adattarvisi, così come pure un insieme di attività routinarie fondate su quel punto di vista»[12]. Le pugilesse fanno fronte, unite, ai commenti sessisti degli uomini ostili allo sviluppo della boxe femminile. Sanno, ad esempio, di dover veicolare un’immagine positiva della loro disciplina nei media main-stream, affinché possano guadagnare legittimità presso il grande pubblico. Ugualmente, provano a farsi spazio nei diversi ambiti della boxe, come organizzatrici di combattimenti, come giornaliste, consulenti sportive, come arbitre, come allenatrici o dirigenti e così via. D’altronde spesso si creano amicizie: le pugilesse condividono il loro quotidiano sia dentro che fuori dalla palestra di boxe.

Quali sono i meccanismi di autodifesa che la boxe permette di acquisire alle femmine?

Secondo il sociologo Norbert Elias, già dalla sua creazione nel XVIII secolo, lo sport moderno è stato dotato di una missione: civilizzare e pacificare le società e soprattutto la violenza degli uomini attraverso l’apprendimento dell’ «autocontrollo delle pulsioni», attraverso la pratica sportiva con l’incorporazione delle regole di ritegno e di self-control[13] che avrebbero dovuto estendersi a tutti gli ambiti dell’esistenza[14] (lavoro, gioco, affetti, sessualità etc.). Quanto alle donne, loro erano escluse dalla sfera sportiva perché considerate esseri fragili incapaci di mostrare violenza. La boxe è uno sport diametralmente opposto alla definizione comune della femminilità. Se prendiamo il dizionario Robert, la femminilità è «l’insieme dei caratteri corrispondenti all’immagine sociale della donna (charme, dolcezza, delicatezza) che si oppone all’immagine sociale dell’uomo[15]». La femminilità è definita in opposizione alla virilità, cioè a quei «caratteri morali attribuiti soprattutto all’uomo : attivo, energico, coraggioso»[16]. Di fatto, la delicatezza lo charme, la dolcezza sono qualità che non hanno diritto di cittadinanza sul ring. Nel combattimento, le pugilesse non esitano nell’utilizzo della forza fisica e nel mostrare la loro capacità di infliggere e subire violenza fisica senza fremere o piegarsi. Recentemente ho sentito una pugilessa dire che la pratica delle boxe le permette di non sentirsi preda. Questo può aiutare le femmine a difendersi, a convincersi che la violenza non è solo appannaggio degli uomini, ma anche che la violenza non deve essere tollerata.

La boxe può anche aiutare quelle femmine che mancano di fiducia in loro stesse imparando a battersi per andare in fondo ai loro obiettivi. D’altro canto, le resistenze di quegli uomini che vogliono conservare il monopolio della violenza e della forza possono essere molto forti: violenza, commenti sessisti… Un gran numero di pugili e di allenatori tollerano la pratica femminile della boxe, ma reintroducono un rapporto asimmetrico relegandola ai margini della «vera» boxe, che resta quella maschile. Durante gli allenamenti accade che i pugili portino dei colpi particolarmente forti mentre affrontano una donna per non «perdere la faccia» di fronte agli altri maschi, che possono così mostrare la loro superiorità fisica. Alle pugilesse sono anche rivolti quei commenti sessisti che richiamano la sfera domestica, ad esempio si sente dire che «le donne non sono fatte per la boxe ma per prendersi cura dei loro uomini», «tornate in cucina»… Alle pugilesse sono spesso attribuiti soprannomi e nomignoli che le disqualificano in quanto sportive: «la majo­rette», «la pollastra» o la «ragazzina». Si tratta di uomini che temono le pugilesse in quanto «minaccia alla loro virilità e che sono segretamente terrificati dalla perdita della loro specificità derivante dalla riduzione delle differenze tra i sessi[17]».

(Yann Renoult)

Al di là della questione di genere, nella sua esperienza con la boxe ha fatto delle osservazioni sulle dinamiche di classe?

Come i loro omologhi maschili, le pugilesse sono in gran parte delle giovani femmine uscite da contesti popolari. Ma se gli uomini hanno la possibilità di diventare «degli eroi» sportivi in quanto pugili di alto livello e perfino di vivere della loro passione, le pugilesse sono ancora troppo poco remunerate e non possono basare la loro vita unicamente sulla riuscita pugilistica. Devono avere una altra attività professionale. Molte pugilesse non hanno neppure avuto la possibilità di una vera e propria ascensione sociale nonostante il completamento degli studi superiori o nonostante la creazione di imprese parallelamente alla loro carriera sportiva.

A chi pensate?

A Gihade Lagmiry o Hayatte Akodad, soprattutto, che sono diventate medici. A Sarah Ourahmoune, Aya Cissoko e Lucie Bertaud, diplomate a Sciences Po. A Estelle Mossely, ingegnere informatico, o ancora a Aziza Oubaita, che ha creato un’impresa che produce divise da boxe su misura. Come sottolineato dal direttore tecnico nazionale della federazione di boxe Eric Dary durante una conferenza stampa: «In generale le pugilesse riescono molto bene nella loro vita professionale e nei loro studi. Cosa che accade meno tra gli uomini. Si tratta di donne che hanno un messaggio da trasmettere»[18].

Le pugilesse mettono spesso in atto una strategia di resistenza di fronte alle attese sociali indirizzate a una donna proveniente dai contesti dell’immigrazione e/o popolari. Benché una maggioranza delle pugilesse siano non-bianche, molte pugilesse bianche hanno fatto delle brillanti carriere nel mondo pugilistico. Penso soprattutto a Valérie Hénin, Lucie Bertaud e Anne-Sophie Mathis. È uno stereotipo anche pensare che tutte le pugilesse siano non-bianche e uscite da famiglie immigrate in Francia.

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Stelly, 18 0 19 anni al momento delle riprese, ha dovuto battersi per proseguire la sua carriera sportiva malgrado le difficoltà materiali: ha appena ottenuto lo status di atleta di alto livello.

 

Livia, lavora nella comunicazione. Ha smesso di boxare nel 2012 dopo aver cominciato un nuovo lavoro e non ha più ripreso. La pratica delle boxe le ha permesso di affrontare diverse tappe della sua vita, tra le quali il suo primo parto.

 

Nelle fotografie : Natacha Lapeyroux, Boxing Beats, Aubervilliers, par Yann Renoult

Ballast è una rivista indipendente dai gruppi di stampa e dai partiti politici, creata nel Novembre 2014 da una quarantina di militanti/volontari francesi e belgi. La rivista è in libreria o disponibile in abbonamento, senza pubblicità. Settimanalmente sul sito articoli o interviste inedite alimentano il dibattito in modo autonomo rispetto ai numeri cartacei.

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Publicato il 15 febbraio 2020 in Féminisme da Yann Renoult

NOTE

[1] Istituzione storica per la formazione dell’élite politica ed amministrativa francese ed europea, nota per la sua esclusività.

[3] Erving Goffman, Les Arrangements entre les sexes, La Dispute, 2002.

[4] Voir Anne Saouter, Des femmes et du sport, Payot, 2016.

[5] Voir Anne Saouter, Des femmes et du sport, Payot, 2016.

[6] Christine Mennesson, Être une femme dans le monde des hommes, socia­li­sa­tion spor­tive et construc­tion du genre, L’Harmattan, 2005.

[7] Christine Mennesson, Ibid.

[8] Anaïs Bouhuon, Les Tests de fémi­ni­té dans les com­pé­ti­tions spor­tives — Une his­toire clas­sée X, iXe, 2012

[9] Loïc Wacquant, Corps et âme, car­nets eth­no­gra­phiques d’un appren­ti boxeur, Agone, 2007.

[10] Vedi Dandé d’Aya Cissoko, Je me bats dans la vie comme sur le ring d’Anne-Sophie Mathis o ancora Mes com­bats de femme di Sarah Ourahmoune

[11] Baillette Frédéric, Philippe Liotard, Sport & viri­lisme, Quasimodo & fils, 1999

[12] Howard S. Becker, Outsiders : études de socio­lo­gie de la déviance, Métailié, 1985

[13] Rispetto delle regole, dell’avversario, dell’arbitro, apprendimento tecnico, cooperazione tra i praticnati di sport collettivi…

[14] Eric Dunning, Norbert Elias, Sport et civi­li­sa­tion, la vio­lence maî­tri­sée, Fayard, 1994.

[15] Le Petit Robert, 2012.

[16] Ibid.

[17] Davisse Annick, Louveau Catherine, Sports, école, socié­té : la dif­fé­rence des sexes, L’Harmattan, 1998.

[18] Conferenza stampa sull’annuncio dei campionati nazionali di boxe femminile e del partenariato tra l’associazione Boxing Beats e lo stadio di Francia, il 17 gennaio 2012 allo Stade deFrance

Nota del traduttore: Diversamente dall’italiano, il francese prevede un solo lemma per l’indicazione della qualità biologica dell’essere femmina, sia le qualità attribuite socialmente all’essere femmina.  Nella traduzione ho quindi alternativamente utilizzato “femmina” o “donna” in base all’accezione emergente dal contenuto. È quindi una mia interpretazione, del tutto opinabile. L’uso delle virgole rispetta quello fatto nel testo originale.

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