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Non è la sinistra che ha un problema con la polizia: è l’Italia.

Sull’uccisione di Abderrahim Fakir da una settimana si sta scrivendo e discutendo molto, ed è un bene. Certo, per lo più si tratta di robaccia tesa solo a marcare i posizionamenti, ma tralasciando le ricostruzioni fatte dal divano e la propaganda dei partiti, sono diversi gli interventi che da quanto successo (anche) a Bologna provano a metterne a fuoco le condizioni costitutive, senza comprendere le quali, insomma, non si capirebbe nulla.

Prima di arrivarci, però, è dalla robaccia che voglio partire. In particolare, da tutti quei titoli comparsi sulle varie testate più o meno vicine al governo che accusano la sinistra di avere un problema irrisolto con la polizia. L’affermazione del bolognesissimo Onorevole Galeazzo Bignami li sintetizza tutti attaccando il centrosinistra con l’affermazione – poi ripresa da Libero – “La verità è che siete allergici alle divise“, spingendo lo sguardo oltre la polizia e richiamando un più generale problema di abbigliamento. La questione è però più seria di così, non è infatti di allergia che si muore quando si muore nelle mani della polizia. Piuttosto, sparatə, cadendo da una finestra, investitə, soffocatə, schiacciatə, a volte persino torturatə o semplicemente menatə. Soprattutto, però, quando si muore per mano della polizia si muore per conto dello Stato, ed è proprio lo Stato a risultare spesso assente, benché sempre evocato, dalla gran parte delle discussioni che ho letto o ascoltato in questi giorni. “Chi attacca la polizia attacca lo Stato“, dice proprio ieri Meloni in riferimento alla marcia NoTav, ma vale anche il contrario?

Ora, per quanto io abbia una distorsione mentale che mi porta a sottostimare il peso del singolo rispetto a quello dell’organizzazione o della classe di cui fa parte, non voglio – parlando dello Stato – ridurre le responsabilità dei singoli che lo rappresentano. Nella squadra che è intervenuta al Pilastro di Bologna almeno uno dei poliziotti pare fosse già stato querelato per un intervento che ha provocato la rottura di una protesi di un ragazzo. Un problema sul singolo individuo quindi forse c’è, ma se ne occuperà chi di dovere. Il punto è che, fino a prova contraria e quale che sia il clima politico, io non riesco a credere che una persona sana esca la mattina pensando di andare ad ammazzare qualcuno. Sul caso di Fakir, la prima cosa che penso e mi chiedo è, invece, che cavolo ci facessero dei tizi armati e addestrati (evidentemente male) all’uso della (sola) forza in una situazione in cui la forza non serve quasi a niente. La risposta è che li hanno chiamati, certo, ma perché? E qui mi arriva in soccorso il bell’articolo di Carlo Caprioglio su Jacobin, La Forza della Polizia, in cui cita il volume di Derecka Purnell intitolato, in italiano, Come sono diventata abolizionista.

Sfogliando il libro, nelle prime pagine l’avvocatessa spiega come sin da bambina, cresciuta in un sobborgo di Saint Louis, ogni occasione fosse buona per chiamare il 911. Del resto, dice, dopo aver visto sparatorie sin dalla prima adolescenza, amici morire, le si era innestata l’idea che di fronte a una condizione di rischio anche solo potenziale la scelta più saggia fosse quella di chiamare il numero unico per le emergenze. La conseguenza, per lo più invariata, era che qualsiasi fosse l’emergenza ad arrivare fosse sempre la polizia, magari anche solo di scorta ai paramedici. Proprio dal continuo contatto con la polizia della popolazione nera di molte periferie statunitensi deriverebbero, secondo il ragionamento ripreso poi da Caprioglio, le maggiori probabilità di subire violenza da parte delle forze dell’ordine. Questo è già un primo punto importante: la polizia non è sempre necessaria, eppure anche in Italia è spesso l’unico punto di riferimento per larghe fasce della popolazione. Un po’ c’entra – credo – l’introduzione del numero unico per le emergenze, il 112. Qualsiasi sia l’emergenza, si chiama il 112 che deciderà chi mandare. Il problema, almeno è il mio dubbio sin dall’introduzione, è che se c’è carenza o indisponibilità di personale più adatto, la scelta tenda a ricadere sulle forze dell’ordine, ma è un mio dubbio e lo lascio come tale.
Un po’ c’entrano però altri elementi, più complessi di questo. A parte il clima politico, senz’altro tra questi, una questione per me centrale è che la polizia finisce oggi per rappresentare il principale punto di contatto tra cittadinanza e Stato. Certo, c’è la scuola, che però non dura per sempre e spesso è privata, c’è il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ma, pure quello, oltre ad essere sempre più carente è anch’esso a forte rischio di privatizzazione. Ci sarebbero i servizi sociali, che però i comuni gestiscono con esternalizzazioni volte al risparmio e costringendo i servizi in logiche di appalto e bandi che di statale, nel senso più alto del termine, lasciano ben poco. Cosa resta? Le principali assicurazioni obbligatorie, come l’INPS ormai sono viste come una banca (metto i soldi e li riprendo più avanti) e comunque intervengono a sostegno di una fascia di popolazione limitata, puntando all’economicità e al disciplinamento più che alla solidarietà. Il risultato è che per una fascia di popolazione sempre più importante lo Stato sia conosciuto prevalentemente per il suo volto peggiore: quello repressivo.

I dati Istat sulla fiducia nelle istituzioni repubblicane ne sono un esempio. Di fronte a una manifesta sfiducia nei confronti delle principali istituzioni di rappresentanza, di quel che resta dell’istituzione statale si salva solo il SSN, inserito però nel campionario solo dal 2021, i Vigili del fuoco e le Forze dell’ordine (FdO), con un paradosso a cui arrivo a breve.

Osservando gli ultimi dati, relativi al 2024, si nota nel grafico in basso che a superare la “sufficienza”, toccare cioè un voto pari a 6 su una scala che va da 0 a 10, oltre alle categorie già citate ci sono anche il Presidente della Repubblica e le Forze Armate (anche queste introdotte di recente). Questo però non vale per l’intera popolazione, ci sono cioè delle differenze tra le varie categorie. Nel grafico si vede, ad esempio, come la popolazione con cittadinanza non italiana sia complessivamente più generosa della media per quasi tutte le istituzioni, ad eccezione di Vigili del fuoco, Scienziatə e Presidente della Repubblica. In tutti gli altri casi, FdO incluse, la fiducia accordata è maggiore di quella media complessiva, tanto che nel caso dei e delle cittadinə non italianeə si salva anche il “Governo comunale”, con un 5,7, insomma-quasi-6.

L’opposto avviene se prendiamo la fascia di popolazione più povera, complessivamente più sfiduciata. In questo caso il 6 pieno si ferma al SSN. FdO e Presidente della Repubblica si salvano con un 5,8 e un 5,6, che-sono-quasi-6.

Fiducia nelle istituzioni – Italia 2024

Fiducia nelle istituzioni – Italia, 2024

Punteggio medio su scala da 0 (nessuna fiducia) a 10 (massima fiducia)
Fonte: Aspetti della vita quotidiana, Istat, 2024, Microdati pubblici

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Altre categorie che potrebbero suscitare un certo interesse sono le fasce di età, qui non riportate, che però mostrano come la fiducia nelle istituzioni sia massima tra la popolazione fino a 17 anni e poi torni a crescere nella fascia degli over 60. Non ci sono invece differenze così significative tra maschi e femmine (la logica binaria dell’Istat e delle rilevazioni è ancora insormontabile).

Le considerazioni che è possibile far derivare dai dati del 2024 sono abbastanza immediate: la fiducia tende ad essere maggiore nei confronti delle entità con cui si entra più in contatto (unica eccezione sono gli scienziatə, categoria un po’ fumosa e che tra l’altro non è annoverabile tra le istituzioni repubblicane) e la popolazione non italiana lo mostra bene, che probabilmente è quella che più spesso ha a che fare con il sistema sanitario pubblico e le forze dell’ordine. Peccato non ci siano dati sulla scuola. L’altra considerazione, preoccupante, è il classismo. Chi è più povero mostra meno fiducia nei confronti delle rappresentazioni dello Stato. Personalmente vorrei uno Stato che invece funzionasse proprio al contrario. Che fosse percepito come agente contro la diseguaglianza e non come conservatore delle differenze, che poi è forse lo Stato che aveva anche in mente l’Assemblea Costituente. Ma tant’è.

L’altro aspetto, quello paradossale è dato dalla dinamica. A fronte di un complessivo peggioramento delle condizioni sociali delle persone, della crescita dei problemi di ansia e depressione soprattutto tra le persone più giovani, gli interventi governativi limitano l’intervento pubblico al manganello. Il risultato è il peggioramento del rapporto che le persone hanno proprio con le FdO, che da una parte finiscono con l’essere la sola faccia visibile dello Stato, dall’altra sono chiamate a svolgere compiti per i quali non sono attrezzate, né culturalmente, né tecnicamente.

Fiducia nelle Forze dell’ordine – 2019-2024

Fiducia nelle Forze dell’ordine – dati 2019-2024

Punteggio medio su scala da 0 (nessuna fiducia) a 10 (massima fiducia)

Passa il mouse (o tocca) sul grafico per confrontare i valori di ciascun anno. Clicca sulla legenda per mostrare/nascondere una serie. Asse verticale ritagliato su 5,5–7,5 per leggibilità.

Nel grafico, con scala ridotta tra 5 e 8 per mostrare meglio le differenze, si osserva il mix dei due fenomeni richiamati: quello del classismo e dell’inadeguatezza nei confronti della complessità. Il classismo si conferma con i valori relativi alla fascia più povera della popolazione, stabilmente più bassi della media, ma si evidenzia soprattutto nei momenti peggiori, nel 2021 prima e dal 2023 poi. La gestione dell’emergenza pandemica da un lato e l’instaurarsi del governo Meloni dall’altro rappresentano i principali momenti in cui la fiducia nelle forze dell’ordine mostra i cali più rilevanti, soprattutto tra chi è più povero e chi non ha la cittadinanza italiana. Il calo è più marcato in quegli stessi segmenti che nel 2022 hanno visto variare in positivo la fiducia nelle forze dell’ordine, probabilmente in reazione a promesse poi disattese.
Il calo del 2024 è particolarmente evidente nel caso della popolazione dell’Emilia-Romagna che pure mediamente mostra valori di fiducia più elevati di quelli complessivi. La tendenza regionale è però coerente con quanto affermato sin qui: la fiducia nelle FdO va letta alla luce di quella complessiva, quando lo Stato si ritira, la fiducia diminuisce e a risentirne sono soprattutto quegli organismi a più diretto contatto con la popolazione – si guardi nel grafico l’andamento della fiducia nei confronti dei Governi comunali. È di questo che dovrebbero preoccuparsi i professionisti della solidarietà alle FdO.

Fiducia nelle istituzioni in Emilia-Romagna – 2019-2024

Fiducia nelle istituzioni in Emilia-Romagna – dati 2019-2024

Punteggio medio su scala da 0 (nessuna fiducia) a 10 (massima fiducia)

Passa il mouse (o tocca) sul grafico per confrontare i valori di ciascun anno. Clicca sulla legenda per mostrare/nascondere una serie. Asse verticale ritagliato su 4,5–9,0 per leggibilità. Medici del SSN e Altro personale SSN sono rilevati a partire dal 2021.

Dicendo che ad avere problemi con la polizia è l’Italia e non solo la sinistra, non sto dicendo che la sinistra non ne abbia. Solo che (almeno in teoria) si tratta di questioni diverse da quelle che si pongono normalmente a destra. In ballo c’è infatti la declinazione del concetto di sicurezza, tanto motivo ricorrente della retorica di destra quanto dalla destra stessa svuotato da ogni implicazione concreta e questo sia per le ragioni complessive a cui facevo riferimento in precedenza, sia per tutte quelle che meglio di quanto possa fare io discute Tutta la città ne parla del 22 luglio.

In ballo ci sono poi aspetti che definirei endemici. È del tutto evidente che chi ha l’obiettivo di trasformare la società guardi quantomeno con sospetto qualsiasi agente di conservazione, polizia in primis. Il sospetto è poi destinato a crescere se, per ragioni storiche e culturali, da sinistra si è deciso di lasciare lo sporco lavoro dell’ordine pubblico alle destre. Non parlo della gestione, ma proprio della composizione – non è certo questo il tempo dei proletari in divisa, insomma. Ma non è un fatto di sola appartenenza. Con la sospensione della coscrizione obbligatoria e la progressiva professionalizzazione delle forze armate, la scelta di entrare in Polizia o nei Carabinieri rischia di essere oggi appannaggio di una parte della popolazione fin troppo specifica, escludendo quasi a priori chiunque non incarni quelle specificità. Da qui tanto il clima di sospetto, quanto il rinvio di quel processo di democratizzazione a cui anche Caprioglio, con Michele Di Giorgio, fa riferimento.
Non si tratta di dettagli secondari: la distanza tra chi rappresenta lo Stato e le attese di chi dallo Stato dovrebbe sentirsi riconosciuto si scarica proprio sulle istituzioni più esposte, quelle che restano in campo mentre tutto il resto va ritirandosi. È in questo senso che la polizia e il ricorso alla forza pubblica nella gestione delle tensioni sociali e nel contrasto del dissenso, invece di rappresentare la forza dello Stato ne testimoniano l’assenza.

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