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da Milano a Bologna, la schiavitù inizia con la proposta

Pochi minuti fa (era il 4 Marzo) la Cineteca di Bologna ha lanciato con un tweet la nuova campagna per il reclutamento volontari per il Festival Il Cinema Ritrovato e, a seguire, Sotto le Stelle del Cinema.

Quest’anno poi, aggiunge la pagina web, Bologna ospiterà il Congresso Fiaf (International Federation of Film Archives) – dal 22 al 27 giugno- che porterà in città i rappresentanti di tutte le più importanti cineteche del mondo. Un’occasione da non perdere, insomma, per chi ha voglia di partecipare dal di dentro a un evento interessante, coinvolgente e magari – metti che conosci qualcuno di importante – utile.

So già che in molti, entusiasti dell’occasione di partecipare a uno dei più caratteristici eventi della città in cui nacque Pasolini, si getteranno nella compilazione della candidatura pensando bene a cosa scrivere per catturare positivamente l’attenzione dei selezionatori.
In realtà, una volta aperta la scheda di partecipazione si capisce subito cosa serve e, soprattutto, cosa non serve. Non servono, ad esempio, le motivazioni. Cioè, non che non si debba essere motivati, ma non  c’è nessuna domandona esistenziale sul perché l’aspirante volontario sia interessato al festival.  Servono, invece, quelle sì e tante, delle competenze specifiche per svolgere le attività desiderate.

Attività proposte ai volontari per il Festival il  Cinema Ritrovato - Cineteca di Bologna
Attività proposte ai volontari per il Festival il Cinema Ritrovato – Cineteca di Bologna

Le possibilità sono davvero molte: dal lavoro di segreteria, per il quale è richiesta la conoscenza delle lingue inglese e francese, fino all’autista per gli ospiti, per cui si deve essere patentati e automuniti – pensare che per Uber si sono incazzati tutti -. Servono poi grafici capaci di usare Photoshop e applicazioni per Mac, servono comunicatori che conoscano Office e così via. Ce n’è per tutti e tutte.  Anche chi non avesse conoscenze specifiche da vantare può star tranquillo, il lavoro di fatica previsto per la fase di allestimento palco è lì pronto a caratterizzare la partecipazione dei  volontari meno competenti.

In termini di lavoro gratuito, in confronto a questo programma, Expo 2015 era quasi una messa in scena. Non solo perché, come qualcuno mi ha fatto notare durante le interviste fatte sul sito per una ricerca, i volontari a Expo erano le mutande dell’evento, cioè il lato estetico e moralmente accetabile della fiera delle multinazionali che si è svolta a Milano nel 2015. Ma anche, e soprattutto, per il fatto che nel caso di Expo c’erano i famosi accordi del 23 Luglio, quelli in cui per la prima volta il lavoro non retribuito trovava legittimazione in un contratto tra sindacati dei lavoratori e impresa, ma che impegnavano – almeno – l’impresa Expo 2015 a non chiedere lo svolgimento di alcuna mansione specifica ai volontari.

Non ce l’ho con i volontari e le volontarie. Dopo aver parlato con molti volontari di Expo so già – immagino valga anche qui – che oltre quelli che vorranno semplicemente partecipare al Festival, per molti di loro sarà anche un modo di cercare lavoro, di uscire di casa, o anche solo di sentirsi utili e riconosciuti. Per altri, poi, sarà un modo di conoscere gente e un momento di scambio, che poi è quello che accade anche lavorando.
Quello che non mi piace affatto, che anzi mi spaventa, è il meccanismo che rende accettabile il lavoro gratuito agli occhi di centiania di persone.
Mi spaventa la logica del “farà curriculum”, perché tanto non funziona; Mi spaventa il dumping di chi, potendosi permettere di lavorare gratis, è più conveniente per le imprese di quanti per lavorare vogliono essere pagati. Mi spaventa, la miopia della città, che, stavolta attraverso la Cineteca, risparmia sul lavoro culturale, contribuendo alla sua svalutazione. È già successo e succede ogni volta che c’è un evento più o meno gratuito al pubblico – e comunque sponsorizzato. Basta chiedere ai ragazzi che si pensa stiano lavorando come sono pagati. Molti diranno che non lo sono. L’ultima volta che l’ho chiesto, alla biennale di Foto/Industria, hostess e stuart non sapevano neppure se sarebbero stati pagati: sembrava di sì, ma poi ci hanno detto di no.
Mi spaventa che cliccando la sezione “lavora con noi” del sito puoi al massimo iscriverti alla newsletter o andare allo store.

Come mi sono trovato a dire sui #500schiavi – al solito senza che nessuno me l’avesse chiesto –  la schiavitù inizia con la proposta, il fatto che non si sia pagati è solo un motivo in più per non lavorare.

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